2022: uno due tre…guerra!

di Martina Maddaluno

Le notizie sulla guerra in Ucraina stanno intasando – come è giusto che sia – i titoli dei quotidiani e dei servizi televisivi del nostro Paese. Non bisogna dimenticare, però, che il mondo vive altre guerre, le quali, anche se più distanti da noi, minano ugualmente la pace e la stabilità regionale ed internazionale. Ecco, dunque, altri conflitti i cui risvolti potrebbero preoccupare nel 2022.

Il conflitto in Yemen

Quando il 17 gennaio di quest’anno, gli houthi – fazione sciita ribelle, armata e anti-governativa, protagonista del conflitto civile yemenita iniziato nel 2014 – hanno colpito important and sensitive Emirati sites and installations[1], si è aperta una nuova fase della quasi decennale guerra, che ha causato la più disastrosa crisi umanitaria globale. Questa fase, però, è potenzialmente più cruenta e più pericolosa delle antecedenti, perché prevede un’escalation regionale del conflitto.

 Infatti, sebbene i ribelli sciiti avessero sin dal 2019 minacciato di attaccare gli Emirati Arabi Uniti, alleati chiave nella Coalizione anti-houthi a guida saudita[2], non avevano, però, mai concretizzato questi avvertimenti fino ad ora, cioè nel momento in cui Riad e Abu Dhabi hanno incrementato i bombardamenti su Sana’a e sulle zone attorno a Marib per fermare la loro l’avanzata[3].

Precedentemente, gli houthi, spalleggiati dall’Iran, indirizzavano missili e droni solo contro la vicina Arabia Saudita, talvolta danneggiandola gravemente[4]. Adesso, invece, che sono stati fermati ad un passo dalla presa di Marib, luogo strategico fondamentale in Yemen per la presenza di petrolio e gas, e che sono anche più forti dal punto di vista militare[5], si teme che altri Paesi mediorientali filo-sauditi possano finire nel mirino degli houthi, portando il conflitto non solo ad un livello di violenza ancora più elevato, ma ad un terreno di scontro più ampio e più “internazionale”[6].

Il conflitto in Etiopia

Spostando l’analisi al Corno d’Africa e arrivando a Dedebit, pianura a nord del Tigray, anche qui, il 7 gennaio di quest’anno, si è registrato un attacco drone – presumibilmente[7] guidato dall’esercito nazionale etiope – contro un campo sfollati. Tale attacco si inserisce nel più generale conflitto che interessa l’Etiopia dal novembre del 2020.

 Da oramai 16 mesi, tra sconfitte e avanzate, le forze del Tigray lottano contro il governo di Abiy Ahmed per ottenere la secessione[8] della regione dall’intero Paese – potenzialmente possibile secondo l’art. 47[9] della Costituzione federale etiope – mentre i civili continuano a perdere la vita.


[1] Timeline: UAE under drone, missile attacks | Houthis News | Al Jazeera

[2] La guerra in Yemen spiegata – InsideOver

[3] L’escalation della guerra nello Yemen arriva fino ad Abu Dhabi – Pierre Haski – Internazionale

[4] Chi ha attaccato gli stabilimenti petroliferi dell’Arabia Saudita? – Il Post

[5] CONFLITTO IN YEMEN: VECCHI ATTORI, VECCHI INTERESSI, (FORSE) NUOVA FASE (iari.site)

[6] La guerra nello Yemen rischia di diventare internazionale (insideover.com)

[7] Ethiopian airstrike on Dedebit camp in Tigray killed dozens with Turkish-made drone – Washington Post

[8] Etiopia: un via d’uscita | ISPI (ispionline.it)

[9] Ethiopian Constitution (upenn.edu)

La situazione non sembra imboccare la via del dialogo e più guerra significa più disastro, non solo per l’Etiopia ma per l’intero Corno d’Africa. Infatti, al fianco del governo di Addis Abeba, c’è quello di Asmara, storicamente ostile ai tigrini, che potrebbe ritrovarsi sempre più coinvolto nel conflitto: “if going to Eritrea is what it takes, we’ll do it” ha detto Getachew Reda, portavoce del TPLF.

L’instabilità in Eritrea, sponda occidentale dello stretto di Bab el-Mandeb, legata all’instabilità in Yemen (sponda orientale), non è un buon auspicio per il commercio internazionale: nell’eventualità di un blocco dello stretto, le oltre sessanta navi che lo attraversano ogni giorno dovrebbero circumnavigare l’intero continente africano[10], portando ad un aumento del costo delle merci e dei tempi di consegna. Se a ciò si aggiunge un eventuale allargamento di questo conflitto anche al Gibuti[11], Paese che pullula di basi militari delle maggiori potenze mondiali, diventa ancora più chiaro quanto le implicazioni di questo conflitto abbiano una portata globale.

Il conflitto del Nagorno-Karabakh

Facendo un salto di continente e approdando su quello europeo[12], c’è un’altra situazione che preoccupa l’intera regione del Transcaucaso: il conflitto del Nagorno-Karabakh, territorio conteso tra Azerbaijan e Armenia sin dal 1988.

Nonostante l’ennesimo cessate il fuoco, accordato[13] il 10 novembre del 2020, i due Paesi non hanno deposto le armi, anzi i colpi di fucile continuano a rimbombare al confine[14], mietendo numerose vittime. Questo perché l’intesa raggiunta sotto spinta russa non accontenta né gli armeni – che hanno perso parte dei territori occupati nella regione dal 1994 – né gli azeri i quali, consci della loro superiorità militare, intendono eliminare quella che, effettivamente, è un’enclave armena all’interno del territorio nazionale azero, per garantirsi continuità territoriale[15].

La promessa fatta dall’Armenia nel 2020 circa la costruzione di un corridoio fisico che colleghi la Repubblica del Naxçıvan al più ampio territorio dell’Azerbaigian, non è mai stata mantenuta (per ovvi motivi strategici[16]) e Baku ha deciso di farla rispettare con la forza; in conseguenza di ciò, solo 4 mesi fa si sono registrati ulteriori attacchi sul confine armeno.

Senza però entrare nelle complesse dinamiche del conflitto, è necessario sottolineare che questa polveriera all’interno del Transcaucaso – ponte tra il Mar Caspio e il Mar Nero e quindi, area strategicamente fondamentale dal punto di vista dei trasporti e dell’energia – mette in pericolo vari attori internazionali tra cui la nostra Ue che, innanzitutto, include anche il Bacino del Mar Nero tra le cosiddette Pan European Transport Areas (PETrAs) e che, inoltre, dipende dall’area del Mar Nero-Caspio per buona parte dei gasdotti e oleodotti che la attraversano[17].

Conclusione

Questi sono solo tre dei vari conflitti, che da anni lacerano regioni differenti del sistema internazionale – in questo caso Medio Oriente, Corno d’Africa e Transcaucaso – e nel 2022 potrebbero vivere un’escalation che, in un mondo globalizzato in cui le economie sono integrate, minerebbe la pace e la stabilità non solo della regione nella quale avviene, ma di ampie fette del mondo.


[10] Lo stretto di Bab el-Mandeb, tra tensioni geopolitiche e nuove minacce securitarie – Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali (cesi-italia.org)

[11La guerra in Etiopia, la polveriera Corno d’Africa – Limes (limesonline.com)

[12]The Caucasus. An Introduction, T. de Waal, 2010, Oxford University Press, p. 6

[13] Nagorno-Karabakh peace deal brokered by Moscow prompts anger in Armenia | Armenia | The Guardian

[14] Eight soldiers killed in Azerbaijan-Armenia border clashes | Conflict News | Al Jazeera

[15] Scontri a fuoco tra Armenia e Azerbaigian, risale la tensione nel Nagorno-Karabakh (insideover.com)

[16] L’Armenia non vuole ritrovarsi circondata dagli azeri e dai turchi, loro alleati.

[17]Quaderni di Relazioni Internazionali. La partita nel Caucaso, 2006, ISPI, p. 12