Come eravamo: i partiti di ieri…

Intervista a Osvaldo Cammarota

di Andrea Minervini

A seguito dell’interessante intervista al dott. Guglielmo Allodi – ex dirigente del PCI – sulla crisi dei partiti e della politica odierna, un approfondimento sull’ampia ed interessante tematica era dovuto. Altre voci autorevoli della “politica di ieri” meritavano di poter proseguire questo filone che ci tocca tutti in prima persona anche se “con mani invisibili”, parafrasando e appropriandoci, forse indebitamente, del concetto che il filosofo Adam Smith enunciò nei riguardi dell’economia di mercato.

L’intervista di oggi è stata rilasciata dal dott. Osvaldo Cammarota, che dal ’97 esercita, come libero professionista, il mestiere atipico di operatore di coesione e sviluppo territoriale. È stato, tra gli anni 70 e 90, consigliere comunale a Napoli, assessore nell’ultima giunta Valenzi, dirigente della Lega delle Cooperative in Campania, assessore tecnico ad Ercolano, La “parabola” del suo percorso politico-professionale può essere considerata un osservatorio privilegiato sui cambiamenti intervenuti nei partiti e nella politica dagli anni ’80 ad oggi. Pertanto, abbiamo ritenuto interessante ascoltare il suo punto di vista sulla questione.

L’intervista

Le sedi fisiche dei partiti stanno lentamente sparendo, insieme all’aspirazione alla “tessera”. Questo indicatore cosa le suscita?

A me sembra sparita la “politica”, cioè la capacità di realizzare decisioni condivise, superare i conflitti con il dialogo, analizzare la realtà e progettare il futuro. La politica a cui assistiamo è guerra tra fazioni, persino interna alle stesse formazioni. Le sedi dei partiti tradizionali – e anche di movimenti più recenti – sono sempre più teatri di scontri e sempre meno luoghi di confronto e approfondimento. È comprensibile che stiano sparendo, insieme alle pulsioni alla “tessera”. Appartenenza a cosa se la politica è ridotta a scontro tra persone? Tutto ciò suscita rammarico, disinteresse e tristezza.

Lei è stato parte attiva del “gioco” politico negli anni del bipolarismo mondiale? Negli ultimi decenni sicuramente la presenza di tanti partiti è stata considerata un “bene democratico” ma crede che ad oggi si stia degenerando nel caos?

In verità, il bipolarismo è tramontato proprio negli anni in cui ho vissuto le mie esperienze politiche. Il crollo del muro di Berlino è stato l’evento emblematico che ha testimoniato l’insostenibilità dei “blocchi” in un mondo sempre più connesso e interdipendente; è stato il segno di altri eventi epocali maturati negli anni 80 – 90 che hanno caratterizzato il passaggio di secolo. L’insieme di questi eventi ha indotto profondi mutamenti nella società, a livello globale e nei singoli paesi. In Italia il rapporto CENSIS del ’93 rilevò una società densa e complessa. Credo che la Politica non abbia mai incorporato a fondo la portata di questi mutamenti, ha piuttosto inseguito il consenso di gruppi e interessi sociali ed economici di una società ormai frammentata; la poliarchia può essere il sale della democrazia, ma in assenza della “politica” è veleno e caos.

La crisi dei partiti, della rappresentanza e delle ideologie stesse è un dato di fatto, constatato da molti e forse affrontato da pochi. Si può parlare di un futuro nuovo ed incerto o di un ritorno ad un passato dimenticato?

Direi che siamo in un’era pre-politica e dal futuro incerto. Gli stessi mutamenti intervenuti spiegano perché le forme-partito del ‘900 non sono riproponibili. Se le formazioni politiche ricominciassero a fare politica, forse potrebbero recuperare il ruolo ad essi affidato dalla Costituzione. Non è impossibile, perché il superamento delle ideologie non ha cancellato la forza di idealità che restano comuni a molte culture politiche e soggetti associativi (qualità dell’ambiente, equità sociale, parità di diritti, tutela dei beni comuni); la destra li interpreta in chiave liberista, la sinistra moderna in chiave liberale. Le differenze non sono lessicali, è ingannevole dire che sono omologate. Il futuro però è incerto perché, a parte alcune encicliche di Papa Francesco come quella sul cambiamento climatico, non vedo costruttori di futuro.

Lei ha parlato di “era pre-politica” riferendosi al momento storico-politico in cui stiamo vivendo, può esplicitare questo concetto?

Parlo di era pre-politica perché ravviso comportamenti selvaggi in un mondo che sembrava avesse raggiunto livelli più avanzati di civiltà. La guerra Russia-Ucraina ci ha riportati bruscamente alla realtà: è un evento drammatico che porta a fare i conti con quel che resta del “muro di Berlino”, macerie, la cui rimozione avrebbe, appunto, richiesto un esercizio più evoluto della politica. La politica che mi ha appassionato in gioventù era un “luogo” in cui i soggetti di rappresentanza si riunivano e si confrontavano alla ricerca di soluzioni che potessero contemperare la pluralità di interessi rappresentati. Oggi, basta assistere ad una qualsiasi riunione di “eletti” per rendersi conto che, di tutto ciò, è rimasto un vuoto esercizio retorico.

Disaffezione, allontanamento dalla politica attiva e tendenza della classe politica che risulta stagnante in un orizzontale elitarismo. La colpa è solo dei partiti e della loro degenerazione verso populismi e “cartellizzazione”?

Difficile dare la colpa solo ad organismi di rappresentanza politica che hanno mostrato la loro fragilità e inadeguatezza sin dagli anni 80. In realtà, i mutamenti a cui accennavo hanno trovato impreparata l’intera classe dirigente del Paese. Sia in alto che in basso, la crisi di rappresentanza e di autorevolezza coinvolge tutte le organizzazioni che facevano mediazione di interessi. Non vorrei essere frainteso e non nego gli sforzi generosi che alcuni partiti e movimenti hanno compiuto in quegli anni e compiono tuttora. Mi limito ad osservare che risultano insufficienti. Piuttosto che governare i conflitti, le fazioni politiche sembrano “cavalcarli” nell’affannosa ricerca di consensi a buon mercato da parte di cittadini sempre meno informati dei fatti e sempre meno partecipi alla vita pubblica. Il dibattito pubblico si svolge ormai tra opinioni spesso formate con algoritmi e sondaggi farlocchi, compiacenti con i committenti. C’è un problema di legittimazione popolare clamorosamente evidenziato da un astensionismo che supera il 50%; è surreale che i partiti stessi agitino questo dato nella loro propaganda elettorale senza adoperarsi per porvi rimedio.

La crisi è un dato di fatto e sebbene i suoi effetti siano spesso “nascosti” tra le righe delle propagande elettorali e dal frenetico moto della società contemporanea, di cosa bisogna preoccuparsi nel breve e lungo periodo?

La crisi della politica sta erodendo progressivamente la credibilità e l’affidabilità del sistema democratico: leggi, norme, istituzioni e apparati esecutivi sono sempre più oggetto di discrezionalità astrattamente politiche, di logiche “padronali” e di parte, che sono un’ulteriore degenerazione di quel leaderismo dirigista che abbiamo conosciuto proprio negli anni ’80. Insisto nel dire che la politica ha abdicato alla sua funzione, affidandosi a tecnicismi ed economicismi che, anche se talvolta utili, non sono adeguati a trattare la complessità che caratterizza il nostro tempo. Gli effetti sono visibili. Tutto ciò ha indebolito il principio di unitarietà dello Stato e ha fatto smarrire la “bussola” del “bene comune”, ossia i fondamenti del nostro sistema democratico.

Il processo può ancora essere invertito? Cosa proporrebbe? Da dove partire?

La “politica” dovrebbe avere il coraggio di riconoscere i suoi limiti, mettere da parte personaggi che “galleggiano” in un passato che non passa e dare spazio e ruolo alle nuove generazioni che vivono e conoscono il mondo meglio delle precedenti. Poi, a mio parere, bisogna ripartire dai fondamenti: ridare rappresentanza ai territori e alle comunità, superare i vizi degeneranti della democrazia rappresentativa con forme più avanzate ed efficaci di democrazia partecipativa. Serve ricostruire nei territori il “senso di comunità” e concepire un modello di sviluppo compatibile con l’ambiente e con i diritti civili. Il territorio, con i suoi valori materiali e immateriali, può essere il “luogo” da cui ripartire per ricomporre l’unitarietà dello Stato e formare istituzioni democratiche più moderne. Tutto ciò, naturalmente, senza mai smarrire i fondamenti culturali e civili. Sembra che l’idealità di un mondo fondato nella cultura del lavoro, della solidarietà, del rispetto per l’ambiente e per l’altro da sé, appartenga alla maggioranza dell’umanità. È tempo di chiedersi perché queste idee non prevalgano.