Come eravamo: i partiti di ieri…

Intervista a Guglielmo Allodi, ex dirigente del PCI

di Andrea Minervini

Che cosa è un partito e a cosa serve oggi? C’è ancora spazio per questa vecchia invenzione, oppure ne abbiamo abbastanza? “In tutto l’Occidente soffiano venti di protesta e disaffezione nei suoi confronti” (P. Ignazi, Forza senza legittimità, Ed. Laterza, Roma-Bari, 2013, cit. p.7)

Le domande sopracitate, che introducono la nostra breve analisi sul concetto stesso di partito politico oggi, sono quanto mai lecite. Viviamo un momento storico, particolarmente per l’Italia, in cui la fiducia nei partiti e nella politica in generale è ai minimi storici. La disaffezione e il disinteresse crescente sono indicatori di una frattura netta tra il popolo e i suoi rappresentanti, che sono visti quasi come nemici o approfittatori nonché causa di tutti i problemi che affliggono il nostro paese. Che queste affermazioni siano veritiere o meno, la “frattura” sopracitata è una realtà e le conseguenze stanno diventando via via più evidenti e soprattutto pericolose. Ritorno ad ideologie del passato, isolamento del Paese dallo scacchiere internazionale (eccezion fatta per tematiche che potremmo definire “obbligatorie”) e la conseguente diminuzione del “peso politico” internazionale causata proprio dall’instabilità politica, sono solo alcuni dei gravi problemi a cui stiamo andando incontro.

Sono soprattutto i partiti populisti a presentarsi come una sfida diretta al sistema dei partiti e ai principi fondanti del sistema politico: la loro critica feroce della democrazia rappresentativa passa attraverso una demonizzazione dei partiti (dell’establishment ovviamente), ai quali viene imputata ogni nefandezza (In Ivi., cit. p. 11)

L’Italia è stata, durante il periodo della Guerra fredda, un terreno politico fertile, dove la lotta politica e l’interesse popolare per questa erano quanto mai fervidi. Un tempo che ad oggi ci sembra lontano, ma che in termini storici è “storia di ieri”.

Abbiamo avuto il privilegio di poterne parlare ad una persona che questa lotta e quei sentimenti li ha vissuti attivamente. L’avvocato Guglielmo Allodi, ex dirigente del PCI ci racconta, nell’intervista che seguirà, le sue impressioni sulla “nuova” politica che viviamo tutti i giorni.

L’intervista

 • Lei crede che la politica, oggi, sia radicalmente diversa rispetto alla politica di qualche decennio fa o crede che siano cambiate solo le vesti e gli strumenti?

La politica dei nostri giorni è profondamente mutata rispetto alla politica del passato. C’è stato un lungo trascinarsi verso un indebolimento della politica e delle politiche che a mio giudizio parte dall’inizio degli anni Novanta e non si è mai interrotto. Oggi ne paghiamo le conseguenze poiché nulla è stato fatto per ridare potenza e forza alla politica come strumento di interpretazione e di cambiamento del reale. Invece, ci si è abbassati tutti quanti a livello della pura e semplice gestione e quindi le idee e le identità sono scomparse.

• L’avvento dei social network e dell’era digitale ha trasformato molto le modalità con cui i partiti attirano possibili elettori. Ai suoi occhi è diventato tutto più freddo e volatile o pensa che seguire attivamente un politico o un partito tramite i social equivalga ad ottenere la famosa tessera?

Sicuramente i social hanno determinato un mutamento nel fare politica anche se penso che si debba andare un attimo più indietro. Il punto vero della trasformazione dei partiti e del loro indebolimento nella capacità di essere un “riferimento sociale”, comincia con la legge contro il finanziamento pubblico ai partiti. L’apertura ad altre forme di finanziamento, tutte private, indussero la politica a frammentarsi e i partiti a dividersi in correnti, ognuna pronta ad organizzarsi autonomamente rispetto all’involucro centrale.

Io ho apprezzato il lavoro che fu fatto dopo l’approvazione della legge che cancellava il finanziamento pubblico, lo sforzo che fu fatto in Parlamento da parte di un po’ tutte le forze politiche presenti, ovvero di legare ai voti ottenuti dalle elezioni una sorta di rimborso per i partiti. Tutto ciò ha minimamente riequilibrato la vicenda, ma il punto di caduta dei partiti organizzati è proprio la cancellazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti dal punto di vista organizzativo ed economico. Naturalmente, vanno considerate anche le forti ricadute sotto il profilo politico, si è avuta una frammentazione spaventosa e una radicalizzazione degli scontri interni alle forze politiche, con le varie componenti, “armate” una contro l’altra!

La degenerazione è arrivata ai giorni nostri, dove i partiti non esistono più. Qualcuno per anni ha detto che la Lega era un partito strutturato, ma come si vede non è strutturato per nulla, è un partito personale. E non c’è più nessun partito a sinistra. Il partito democratico non è che un coacervo di correnti che non riescono a trovare un’identità comune e nemmeno un programma.

Ritornando alla domanda iniziale, non penso che la discussione che si apre sui social possa essere sostitutiva della discussione e del confronto che c’era e che ci dovrebbe essere. In un libro molto bello “La battaglia delle idee”, scritto negli anni Sessanta da un valoroso dirigente comunista napoletano, Mario Alicata, si sottolineava come, per dare forza e coerenza alla politica, bisognava sfidarsi sulle idee, quindi sulle identità, le culture, gli orientamenti. Oggi, tutto questo non c’è da nessuna parte e mi stupisco quando la gente resta basita dai sondaggi.

• Una grande maggioranza degli italiani prova disinteresse per la politica, lei che spiegazione darebbe al fenomeno?

 Il disinteresse degli italiani riguarda la politica non solo nelle sue forme organizzate, ma la politica in generale e la cosa pubblica. I livelli di astensionismo raggiunti nell’ultimo quinquennio, dimostrano che c’è stata una mutazione profonda del sistema paese, una mutazione genetica, nel senso che la politica in quanto tale e le istituzioni non rappresentano più gli intendimenti di una parte consistente della società italiana, stiamo parlando quasi del 50% ed è drammatico che i partiti e la politica non si pongano seriamente questo problema per recuperare la partecipazione democratica dei cittadini. La rappresentanza è in piena crisi.

•          Tralasciando il “colore” di un partito, cosa ne pensa della lotta politica oggi? Ai suoi occhi esistono ancora dei valori anche se opposti e in lotta tra loro?

Ci sono valori diversi in campo, per esempio la pace e la guerra, l’immigrazione sì, l’immigrazione no, l’eutanasia sì, l’eutanasia no. E se ne potrebbero enunciare altri. Evidentemente, orientamenti e posizioni diverse non riescono a trovare una modalità organizzativa per far diventare progetto la propria identità.  Non vi è definizione. Guardiamo ai poli: nel centro-destra Forza Italia oramai è una barca dimenticata, va per i fatti suoi e Berlusconi dice sciocchezze ogni volta che apre bocca. Altra cosa sono la Lega e Fratelli d’Italia; la Lega con una spinta più populistica, Fratelli d’Italia con una spinta da non sottovalutare, identitaria e radicalmente conservatrice. È difficile pensare che quel gruppo di forze possa candidarsi al governo del paese. Del resto, non ne parliamo proprio, c’è personalismo, populismo, nazionalismo, basta guardare con un minimo distacco alla parabola del Movimento 5 Stelle e ad un PD che è un partito moderato, che non ha nulla a che vedere con la sinistra democratica, un partito che ha scelto di essere iperatlantista.

• Lei è stato parte attiva del “gioco” politico negli anni del bipolarismo mondiale. Negli ultimi decenni sicuramente la presenza di tanti partiti è stata considerata un “bene democratico”, ma crede che ad oggi si stia degenerando nel caos?

Sono nato politicamente, ho fatto politica partendo diciamo…dal Paese. Era un paese dove c’era il più grande Partito comunista d’occidente, c’era la Democrazia cristiana che rappresentava gli interessi della conservazione e di una parte infinita del popolo italiano. L’Italia del proporzionale e quella politica era capace di suscitare interesse e governare i processi di questo Paese. Quello che è venuto dopo, e in modo particolare dall’inizio degli anni ‘90, mette insieme la caduta del muro di Berlino e Tangentopoli per quanto riguarda la vicenda italiana, ma su Tangentopoli non si è fatto nessun passo avanti, perché i partiti non si sono rigenerati, si sono frantumati e non c’è stata nessuna costruzione di un sistema dell’alternanza.

Per rimanere sulla domanda se ho fatto politica, rispondo sì, nel periodo dell’Ulivo che, rispetto ad un sistema bipolare, era molto lontano, era la rappresentazione di dieci organizzazioni politiche diverse, con elementi di tale radicalità, all’interno, da mettere in crisi l’unità stessa; ma un processo di ricostruzione del bipolarismo, in questo Paese non c’è mai stato. È iniziato e si è interrotto velocemente, oggi non siamo di fronte ad un bipolarismo e quello che viene così chiamato è un falso. Per fare un bipolarismo, bisognerebbe riprendere a ragionare dal punto di vista ideale e su due fronti: la ricostruzione di un grande partito social democratico nel nostro Paese ‒ e sto parlando di una forza della sinistra riformista moderna dove varrebbe la pena di rileggere qualche passaggio degli ultimi scritti di Canfora ‒ e l’altra parte, che si è data per scontata, che non possa esserci un’identità comune tra sinistra e cattolicesimo. E non è così. L’ultimo pensiero che ha provato a mettere insieme quelle due grandi idee che rappresentavano la stragrande maggioranza del Paese, è stato il Compromesso storico.

C’è grande confusione e alternanza continua tra forze di sinistra e cattoliche. Il partito democratico non fa più congressi ma solo elezioni dei segretari con le primarie. È mai possibile?! Basti guardare a Renzi, Zingaretti e Letta senza un ragionamento sull’identità e idealità del partito. Quel partito non ha mai tentato di recuperare il rapporto con la società civile.

• “La politica non parte più dal basso verso l’alto, bensì dall’alto viene trasmessa al basso”. Come commenterebbe quest’affermazione basata sulle tendenze attuali?

La politica non parte più dal basso, ma non vedo neanche una politica che dall’alto va verso il basso, cioè una politica che si muove in modo completamente autonomo dalla società senza tenere conto delle esigenze della società. Una sorta di bolla elitaria? Sì. Noi abbiamo avuto passaggi complicatissimi, essere arrivati al Governo Draghi, il governo della “salvezza”, indica un unico dato, che la politica si è arenata ancora e non è in grado di trovare motivazioni per vivere. Si è passati da una repubblica parlamentare ad una repubblica tecnocratica ma, questa volta, con una partecipazione così corale, che è evidente uno snaturamento della Costituzione repubblicana italiana; e questo è il punto. Altro che dall’alto al basso o dal basso all’alto, non hanno tenuto conto in alcun modo di un percorso democratico.

La discussione sulla guerra Russo-Ucraina è abbastanza ridicola, un animismo che è la dimostrazione della morte della politica. La politica mette a confronto le differenze, se non ci sono differenze non c’è neanche la politica. Tutti hanno applaudito Draghi ma poi il nulla. L’elezione del Presidente della Repubblica è stato un passaggio drammatico, perché è stato un indicatore vero e ultimo della crisi della rappresentanza politica, una crisi radicale!

• Le lotte politiche giovanili, l’attivismo tra i ragazzi che ha segnato momenti di intensa attività politica tra gli anni 60 e 70 è stato il simbolo di un’epoca in tutto il mondo e ha cambiato l’andamento dei processi globali. Oggi le lotte giovanili sembrano sopite, perché?

Per quanto riguarda i movimenti giovanili…questo è un tema di grande importanza e non vi è dubbio che la gioventù italiana sia pienamente dentro la crisi del Paese e che vi sia uno scollamento molto preoccupante tra i giovani, il Paese, la democrazia e la politica, ma anche qui ci possono essere momenti di spontaneismo che assumono caratteristiche politiche. Lo vediamo ogni anno, ad un certo punto, o perché le scuole fanno schifo o per esigenza culturale, si vivono 30 – 40 giorni di protagonismo e poi di nuovo silenzio.

È sempre stato un rapporto complesso e l’unico che su questo rapporto ci aveva capito qualcosa, nel secolo scorso, era un tale Antonio Gramsci e pochi altri. Berlinguer ha ripreso quel ragionamento ma, insomma, è evidente che in assenza di una politica strutturata anche l’identità giovanile stenta ad emergere, non sa verso chi rivolgere il dissenso. Tu riesci a mobilitare e a creare conflitto, ma solo se dall’altra parte vi è un interlocutore. Altrimenti, si va verso un individualismo critico, verso un’esplosione di violenza e collera senza alcun criterio e, parlando francamente, la gioventù nella nostra città appare solo il lunedì mattina, dopo la movida del fine settimana, talvolta, in modo devastante.

• La politica, oggi, si pone orizzonti di brevissimo periodo, le idee, i punti di lotta, le argomentazioni per il consenso hanno spesso la durata di un tweet. Gli stessi programmi politici sembrano essere di breve scadenza e privi di una visione del futuro definita. Forse la politica non ha più la “chiave politica” di ciò che succede perché influenzata da fattori esterni e anche sovrastatali?

Con grande franchezza non saprei fermarmi su un solo punto di programma dei partiti del nostro Paese. Non c’è un’idea, il governo Draghi è questo, i partiti hanno rinunciato alla loro progettualità, specificità, identità e hanno affidato tutto nelle mani di un tecnico…punto.