Della iniquità fiscale

di Amedeo Di Maio

Sarebbe proprio illogico pensare che variazioni fiscali, fossero pure “marginali”, possano solo derivare da decisioni tecniche, tra l’altro ispirate da astratte e pure teorie e quindi da considerare neutrali; termine quest’ultimo da non interpretarsi secondo il comune, quanto antico, linguaggio proprio della scienza delle finanze. D’altro canto, nell’ormai lontano 1964, un noto studioso di scienza delle finanze, vicepresidente della Commissione per lo studio della riforma tributaria, si dimise quando comprese che tra i decisori vi era chi prestava più attenzione a interessi politici conservatori, piuttosto che desiderare una modernizzazione del regime fiscale italiano. Ed è proprio con questi interessi che nasce, in misura chiaramente parziale rispetto ai lavori della Commissione, la riforma fiscale che ha inizio nel 1972-1973.

Con tempi molto più ristretti e quindi con riflessioni congiunturali  politiche che prevalgono di molto su quelle strutturali economiche, nascono ora alcune variazioni al regime fiscale, che hanno appunto avuto legale inizio dal primo di questo mese, attraverso, soprattutto, modifiche ad alcuni articoli del Testo Unico del 1986 (n.917).

Le variazioni riguardano la determinazione dell’IRPEF (Imposta sul Reddito della Persone Fisiche), gli scaglioni di reddito con le relative aliquote marginali e le varie detrazioni dall’ammontare di imposta da parte dei diversi contribuenti.

Lo studioso potrebbe ricordare che le imposte sul reddito delle persone fisiche dovrebbero rispettare principi, storicamente molto sentiti e discussi, relativi alle cosiddette equità orizzontale e equità verticale. Il principio dell’equità orizzontale “richiede che tutti i redditi, qual sia la loro natura, siano tassati nel medesimo modo”. Ciò non deve necessariamente significare che non si possa tener conto della situazione soggettiva del contribuente, attraverso una differenziazione relativa alle deduzioni (detrazioni). Nel caso in questione, sembra di aver a che fare con una differenziazione di detrazioni (e deduzioni) speciali, da distinguere da quelle generali, che tengono in particolar considerazione la fonte del reddito (lavoro dipendente, autonomo, pensione). Ci lascia perplessi questa distinzione, forse dimenticando che il riferimento di fatto a tassazioni generali o speciali dovrebbe solo riguardare l’imposizione indiretta.

I problemi che sorgono con le variazioni volute dal “decisore politico” (in presenza, riteniamo, di non poche “asimmetrie informative”), sono non pochi e relativi a tutti i principi che abbiamo richiamato e anche all’art. 53 della nostra Costituzione: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Esprimendoci sempre in sintesi, richiamando anche quanto abbiamo già scritto, l’equità orizzontale non ci appare rispettata, pur tenendo conto dell’assunzione implicita di questa riforma, relativa alla assoluta non considerazione dell’esistenza dell’evasione fiscale. Già nell’ IRPEF dell’anno fiscale di dichiarazione precedente (il 2021) il rispetto dell’equità orizzontale pare molto in dubbio. Ribadiamo, anche in questa ultima riforma si tengono distinti tre diversi contribuenti, pur se con medesimo reddito fiscale. Vi sono coloro che hanno reddito da lavoro dipendente, coloro che ricevono la pensione e anche chi ha un reddito da lavoro autonomo. A parità di reddito dichiarato, si rispetta l’equità orizzontale se i contribuenti vengono tassati con aliquote “effettive” diverse?  La discriminazione vien fatta in considerazione delle detrazioni dall’imposta che, a parità di reddito, son diverse solo e solamente in funzione della tipologia del contribuente del reddito conseguito e dichiarato.

Per quanto riguarda l’equità verticale, gli scaglioni passano da cinque a quattro. Anche nella equità verticale, le “pensate fiorentine” prima e quelle del “nobile bis” poi, non hanno assicurato un effettivo aumento delle aliquote (marginali) nel passaggio verso scaglioni con fasce di reddito più elevate.

Nella riforma in questione, nel confronto tra aliquote (marginali) “vecchie” e “nuove”, la positività o negatività della loro differenza viene a dipendere sia dalla, diciamo, “discriminazione qualitativa” (se lavoratore dipendente, pensionato o lavoratore autonomo), sia dall’ampiezza dei nuovi scaglioni. Ad esempio, un tempo chi dichiarava 50001 euro si trovava con una “aliquota marginale” pari al 38%, ora del 43%, ossia la stessa aliquota marginale di chi dichiara più di 75000 euro. Chi dichiarava 15001 euro, si trovava con aliquota marginale del 27%, ora formale del 25%, effettiva (se, ad esempio facciamo riferimento lavoratore dipendente) del 34,15%.

Insomma, si è fatta attenzione a non discriminare, in termini di aliquota marginale, tra chi ha un reddito annuo di, ad esempio, 50000 euro e chi ne ha 500000, così come, con le detrazioni, non ci si esprime a favore del precario o di chi arranca a trovar lavoro, essendo ormai diffusa la convinzione che chi non è occupato è perché non vuol lavorare.