Finchè c’è vita

Di Ugo Leone

COP è un acronimo che sta per  Conference of the parties;
27 è un numero che indica il numero di anni dalla prima Conference tenutasi a Berlino nel 1995. La COP27 è la Conferenza delle parti che si tiene a Sharm- el-Sheikh e che significa “Baia dello sceicco”.

Che ci fanno qui 35mila delegati in rappresentanza di 197 Paesi, oltre ad un gran numero di scienziati, giornalisti e rappresentanti di molte organizzazioni non governative? E, data l’amenità del luogo, molte mogli e mariti quali accompagnatori? Un bel colpo per l’economia locale.

Ma che ci fanno qui?

Vi si sono riuniti dal 6 al 18 novembre per discutere sul grave problema del mutamento climatico e delle sue sempre più pericolose conseguenze.

 Come si capisce dal numero che accompagna l’acronimo, nei ventisei anni che la precedevano, la Conferenza delle parti aveva trattato questo problema, ma senza arrivare mai ad una soluzione che consentisse di guardare in modo meno allarmante al futuro dei nostri nipoti e delle generazioni a venire. Ben consapevoli che il presente è già abbastanza compromesso per noi e per i nostri figli.

Nessuna soluzione in quei ventisei anni, mentre l’unico e più significativo passo avanti è stato fatto a Parigi nel dicembre del 2015. In quella occasione i 197 Stati presenti con i propri rappresentanti decisero che non si poteva più tergiversare; che il problema andava preso “di petto”; e che tutti si dovevano impegnare a contenere l’aumento delle temperature perché non superasse 1,5 gradi entro la fine di questo secolo.

Da allora sono passati sette anni e già si dovrebbe cominciare a vedere qualche, sia pur minimo, risultato. Invece l’ennesimo rapporto delle Nazioni Unite afferma che non vi sono segnali positivi e che sono da considerare “del tutto insufficienti” i progressi seguiti alla COP26 tenuta a Glasgow nel 2021. Tanto che l’UNEP (Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) avverte che, andando avanti così, entro la fine del secolo la temperatura media aumenterà di 2,6 gradi.

Con queste premesse sarebbe arrivato proprio a proposito l’incontro di

Sharm- el-Sheikh. Invece no: gli unici vantaggi – politici e che non hanno nulla a che fare con ambiente e mutamento climatico – lo hanno tratto sia l’Egitto sulle cui malefatte è caduto, almeno momentaneo, un velo, sia Sharm- el-Sheikh la cui economia ha risentito in modo notevolmente positivo della presenza di tante migliaia di “ospiti”.

E il clima? Già, il clima. Se ne parlerà l’anno prossimo alla COP28 che si terrà tra un anno a Dubai nella Dubai Expo City, che aveva ospitato l’Expo 2020.

Oramai da Sharm- el-Sheikh ai campionati mondiali di calcio in Qatar a Dubai, i grandi eventi internazionali si vanno spostando nei grattacieli dell’oriente arabo.

A Dubai si prevedono oltre 40.000 partecipanti tra capi di Stato, funzionari di governo, leader del settore internazionale, rappresentanti del settore privato, accademici, esperti e rappresentanti delle organizzazioni della società civile. Oltre, naturalmente, ad una discreta schiera di accompagnatori familiari.

A loro toccherà prendere il testimone passatogli da Sharm- el-Sheikh, con la speranza che non passeranno il tempo solo a palleggiarselo.

La speranza? Eh sì: finché c’è vita c’è speranza. Anche se, come si dice a Napoli, c’è pur sempre il rischio che “chi di speranza vive, disperato muore”.