Ghosting, hikikomori, complottismo.
Le derive online dell’individualismo e del risentimento

di Annarita Raja



Oggi, nell’era del digitale, sempre più frequentemente si pensa di conoscere il mondo attraverso i social, i confini si allargano e una realtà senza limiti diviene spesso incomprensibile nella sua totalità.

Una quantità di notizie contraddittorie e volatili si rincorrono quotidianamente, la confusione generata da infinite, frammentarie informazioni che svaniscono dai social e dalla memoria del lettore soltanto poche ore dopo essere state pubblicate per dar spazio ad altre ancora, non consente la formazione di quelle opinioni stabili che cedono il passo ai giudizi.

Tuttavia, l’individuo, per sua natura ha bisogno di una stabile visione del mondo cui deve sempre accompagnarsi la dimensione dialogica, se non vuole isterilirsi in schemi irrigiditi e refrattari al cambiamento. Ha la necessità di spiegare fenomeni ed accadimenti, ritrovare e riproporre un mondo dal profilo definito, produttore di una cultura collettiva e di una realtà ordinata attraverso un linguaggio comune e valori condivisi; e dove geografia del luogo e del pensiero coincidano.

 Zigmunt Bauman richiamava l’attenzione sulle tecnologie digitali, che non sono responsabili del nostro disagio, sono semmai lo specchio che riflette la nostra condizione esistenziale moderna. Il nostro stile di vita tende a rimuovere le esperienze spiacevoli dal nostro quotidiano e preferiamo pubblicare molto più spesso foto con sorrisi smaglianti. Privilegiamo le relazioni con persone che condividono il nostro punto di vista e Internet si presenta come una sorta di comfort zone, dove si può eliminare con un click colui che non ci è simpatico o non condivide il nostro pensiero (ghosting), senza dover gestire faticosamente un eventuale conflitto relazionale. Così, i legami diventano sempre più fragili e l‘individuo, chiuso nel proprio mondo e sempre più egocentrico, si rifugia nella rassicurante dimensione dell’online.

Un fenomeno estremo è quello degli hikikomori, giovani adolescenti che vivono chiusi nelle proprie stanze, nelle proprie isole senza tempo, che sostituiscono la dimensione sociale diretta con quella mediata da Internet, non vogliono conformarsi alla cultura dominante, preferiscono rifuggire dalle proprie responsabilità, rifugiarsi in mondi immaginari, eludere una dimensione altamente competitiva e, in mancanza di obiettivi di vita chiari, ritirarsi dalla dimensione sociale.

Molto presto l’esperienza che noi abbiamo dell’online si trasformerà ulteriormente e saremo immersi mente e corpo in una realtà virtuale, entreremo nel mondo del Metaverso, un ambiente virtuale a cui si potrà accedere con visori, incontrare amici, fare compere e abitarlo in mille altri modi ancora da definire.

Per usare il Metaverso, però, si richiederà di raccogliere molti più dati di quanti se ne raccolgono ora e questo creerà ulteriori problemi rispetto alla protezione dei dati personali. Una “profilazione aumentata” avrebbe a che fare con la nostra autonomia, considerando che nel Metaverso si interagisce in una dimensione gestita da grandi Corporation, che hanno interessi commerciali e orientano la nostra navigazione secondo criteri che non sono sempre chiari per l’utente.

Di conseguenza, la tentazione immediata porterebbe a pensare ad un mondo diviso in una rigida struttura di dominanti e dominati, una semplificazione questa che poteva riguardare, per alcuni aspetti, il secolo scorso ma che oggi, seppur non rinnegata, necessita di essere arricchita da una quantità di elementi che corrispondono ai repentini cambiamenti dei nostri tempi.

Individualismo e risentimento crescente sono una miscela esplosiva, fagocitata da molte ideologie e amplificata dai social media, a causa della rapidità con cui le informazioni si rafforzano in gruppi che si aggregano su posizioni condivise, costituendo comunità autoreferenziali e isolandosi rispetto a idee differenti. È chiaro che, se usati strategicamente, questi gruppi potrebbero essere potenzialmente pericolosi per la democrazia e la pace sociale. Si pone quindi, una seria questione politica.

È il tempo della post verità, il cui significato si riferisce alle modalità con cui oggi si forma l’opinione pubblica, prodotta dalle emozioni e convinzioni personali piuttosto che da fatti oggettivi.

Scrive Donatella Di Cesare nel suo libro Il complotto al potere, che il risentimento è una rivolta sottomessa che prevale là dove viene meno il principio di speranza. Il cittadino si sente impotente e manovrato da un sistema di potere oscuro e senza volto e così, la via del complottismo è la via più semplice, la rassicurante reazione ad un mondo incomprensibile e complesso: l’uomo senza orizzonti elabora un forte risentimento e ritrova nelle forze oscure che operano nel retromondo (Nuovo Ordine Mondiale, Big Pharma, ecc), che manipolano informazioni e controllano pensieri, le proprie certezze:

 «Il mondo caotico assume d’un tratto contorni saldi e precisi […] L’idea del complotto ristabilisce un legame, per quanto immaginario, con altre vite e con la Storia. […] D’altronde, l’ansia di demistificare il potere invisibile resta il male oscuro che rode all’interno la democrazia contemporanea e rappresenta un grave pericolo».[1]

Una possibile risposta al risentimento fu già introdotta da Friedrich Nietzsche nella Genealogia della morale del 1887, quando scrisse che il risentimento di quegli esseri ai quali è negato la reazione dell’azione, non trova altro compenso che in una vendetta immaginaria.

Peraltro, Karl Marx aveva avvertito che l’uomo, estraniato da se stesso, proietta le soluzioni all’ingiustizia terrena nel mondo immaginario della divinità e, ricercando un’illusoria felicità, rinuncia alla lotta per trasformare la realtà concreta.

Oggi, l’uomo alienato della società attuale, proietta tutte le colpe e tutta la responsabilità dell’ingiustizia terrena sul retromondo, rinunciando così a trasformare la situazione storicamente data.

Insomma, premesse differenti ma risultati simili, con le devastanti conseguenze che la politica partecipativa si allontana sempre più dalla società contemporanea, svuotando la democrazia del suo significato primario.

Dunque, l’uomo, da produttore del mondo è divenuto un suo prodotto, pur essendo strettamente connesso alla natura, si sente estraneo ad essa, ne percepisce l’appartenenza tuttavia la sente altro da sé, si è perso in quel mitico labirinto cretese e, come i suoi costruttori, ne è rimasto prigioniero in un esasperante e competitivo individualismo, allontanandosi sempre più dalla propria naturale condizione di essere sociale.

Ora, come Dedalo, deve costruire ali per saper volare, per riconnettersi al suo essere storico, affrontare i rapporti sociali concreti, ritrovare la dimensione dell’alterità intesa come apertura all’altro in una dimensione di reciprocità e responsabilità e, in ultima analisi, dare progettualità al suo essere gettato nel mondo, condizione originaria dell’uomo, che affiora sempre e comunque nella storia umana.


[1] D. Di Cesare, 2021, Il complotto al potere, Einaudi, Torino, pp.14-29