Guerra, egemonia e liberismo. Un dibattito che in Europa non c’è…

di Lorenzo Cicatiello

Il paradigma neoliberista come strumento di egemonia?

Il dibattito sul contesto e le conseguenze dell’invasione russa in Ucraina è stato recentemente arricchito dai contributi di due noti economisti sul think tank Project Syndicate. La lettura degli articoli di Dani Rodrik (Harvard) e Jospeh Stiglitz (Columbia) per prima cosa evidenzia le differenze nel dibattito pubblico sulle due sponde dell’Atlantico. In USA si nota una grande eterogeneità di opinioni, mentre in Europa la vicinanza geografica e umana con l’Ucraina costringe le discussioni in un’asfissiante polarizzazione tra buoni e cattivi, in cui bisogna scegliere se stare con l’Occidente o con Putin e anche il pacifismo è ormai visto con sospetto.

Rodrik e Stiglitz, che di certo non possono essere tacciati di estremismo filorusso, non lesinano critiche alle regole del gioco stabilite dal paradigma neoliberista, seppur da due prospettive differenti.

Per Stiglitz, la questione centrale è il comportamento dei singoli (i cosiddetti agenti economici) all’interno di un mercato lasciato libero di agire. Non deve essere una sorpresa se in questo schema di stampo neoliberista, chi acquista sceglie il venditore che offre il prezzo più basso. Tuttavia, è ormai noto che gli agenti economici soffrono di quella che può essere definita una miopia selettiva. I rischi lontani o associati a un profondo riassestamento dell’economia sono sistematicamente ignorati e sottovalutati, con la conseguenza che quando si manifesta una crisi – e abbiamo imparato nell’ultimo ventennio che tali eventi accadono più spesso di quanto desideriamo – la capacità di resilienza delle economie colpite è del tutto insufficiente per fronteggiare le avversità.

L’ultimo esempio dopo la pandemia sono le “vergognose azioni della Russia”, che mettono in difficoltà un’Europa che ha semplicemente acquistato il gas dove costava meno, trovandosi ora in una difficile situazione di dipendenza e che rischia di mitigare le risposte nei confronti di Putin. Tuttavia, aggiunge Stiglitz, non va dimenticato il ruolo di Gerhard Schröder, cancelliere tedesco durante le fasi in cui si approfondiva il legame tra Russia e Germania, che dopo il suo mandato ha accettato un importante ruolo per il gigante del gas russo Gazprom.

In conclusione, Stiglitz suggerisce che bisogna imparare dalle lezioni dei grandi shock di questo secolo e ripensare le regole del gioco della globalizzazione, per mettere in piedi un sistema di deliberazioni multilaterali in cui si faccia una accorta distinzione tra “legittime risposte alla dipendenza e preoccupazioni di sicurezza nazionale”. In questa lettura risalta quella che gli economisti chiamerebbero la “componente microeconomica” del sistema. Gli shock piombano sugli agenti economici che non li hanno saputi o potuti prevedere e che quindi, non sono riusciti a dare una corretta valutazione del rischio. Questa incapacità genera effetti su scala “macroeconomica”: paesi, continenti, l’intera economia mondiale sfiorano il collasso e non hanno la capacità di riprendersi se non con un sostanzioso aiuto dai policy-maker, che però possono soffrire della stessa miopia degli agenti economici. In sintesi, lasciare il mercato libero di agire può amplificare le sventure economiche.

Invece, “l’ordine liberale internazionale” si basa proprio sul presupposto che fare affidamento sugli interessi economici dei grandi players – soprattutto occidentali – avrebbe diffuso prosperità e mitigato i conflitti. Secondo Rodrik, questo assetto già messo in difficoltà dai contraccolpi della iper-globalizzazione, è ormai giunto alla sua crisi definitiva. Nonostante una maggiore prosperità economica, le potenze internazionali come Cina e Russia non sono diventate più “occidentali” e gli imperativi della competizione geopolitica non hanno lasciato il passo alla ricerca di profitti. Per questo, il nuovo equilibrio internazionale non sarà più giustificato dalle idee di economisti sostenitori del libero mercato, ma dalle idee della geopolitica e degli assetti di potere.

Diventa cruciale, quindi, comprendere il “dilemma della sicurezza”, concetto chiave degli studiosi realisti di teoria delle relazioni internazionali. Dal momento che è impossibile distinguere tra misure difensive e misure offensive, le iniziative per aumentare la sicurezza nazionale di un paese possono innescare insicurezza nelle controparti, provocando contromisure che alimentano un circolo vizioso. Questo schema è la spiegazione realistica all’invasione dell’Ucraina: se per l’Ucraina e per l’Occidente in generale, l’incorporazione nella sfera economica e militare occidentale erano percepite come un rafforzamento della sua economia e sicurezza, per Putin queste mosse erano ostili all’interesse di sicurezza della Russia. Se questo ragionamento può apparire sconclusionato, Rodrik chiede uno sforzo di immaginazione per ragionare su cosa sarebbe accaduto se il Messico avesse contemplato un’alleanza militare con la Russia; oppure, aggiungiamo noi, uno sforzo di memoria per ricordare quanto successo nei paesi dell’America Latina quando cercavano di emanciparsi dall’influenza statunitense.

Tuttavia, l’esito del dilemma della sicurezza non è scontato, e dipende dall’approccio che i paesi hanno nel perseguire i loro obiettivi di sicurezza nazionale e negli strumenti che utilizzano per perseguirli. Ad esempio, non è chiaro se l’ottenimento degli obiettivi militari in Ucraina avrà come risultato una Russia più sicura, dato che probabilmente emergerà dal conflitto con un’economia fragile e tagliata fuori dalla tecnologia e dei mercati occidentali. Allo stesso modo, è importante ragionare sul comportamento di statunitensi e occidentali nell’arena internazionale. In buona sostanza, questi non vedono o fanno finta di non vedere che l’attuale ordine internazionale liberale è costruito per soddisfare gli interessi dei loro stessi paesi, che spesso trasgrediscono le regole dell’assetto internazionale, creando un senso di eccezionalità che rende le potenze occidentali opportunistiche, ipocrite ed egoiste agli occhi dei non occidentali.

Infatti, mentre l’avventurismo militare di Putin era probabilmente inarrestabile, la visione ostile all’Occidente di molti russi lo alimenta. In più, la strategia di politica estera degli USA ha reso il dilemma della sicurezza ancora più difficile da risolvere. Quando una grande potenza cerca l’egemonia piuttosto che la conciliazione, inquadrando i propri obiettivi in termini di supremazia globale, così come quando viene messa in discussione l’esistenza di un altro paese, diventa difficile percorrere la strada del compromesso. In questo modo la competizione tra potenze diventa inevitabile, innescando un gioco a somma zero in cui la ricerca di sicurezza, l’incertezza sulle motivazioni degli avversari e l’assenza di un sistema di regole condiviso e rispettato, rendono molto più probabile il conflitto della cooperazione.

Tutto ciò è inevitabile? Non secondo Rodrik, per il quale c’è spazio di manovra per sfuggire al “mondo crudele dei realisti”: le chiavi sono limitare la portata degli obiettivi di sicurezza nazionale, migliorare la comunicazione tra potenze per ridurre le incomprensioni e raggiungere un maggiore grado di cooperazione.