Il conformismo del “politicamente corretto”

Di Dario Raffone

Chi è stato giovane negli anni ’70 del secolo scorso, sa che in quel periodo il conformismo spesso si mascherava da trasgressione e ribellismo fine a se stesso. Era difficile non esibire linguaggi in qualche modo stereotipati nel gergo “politichese”, non sentire musica di un certo tipo, non praticare stravaganze di ogni genere.

La società e i poteri che contavano facevano finta di scandalizzarsi. In realtà, assecondavano il disegno di svecchiamento di una società ancora arretrata (fino alla fine degli anni ’60 la metà della forza lavoro era ancora impegnata in agricoltura). Si trattava di smontare la società patriarcale fonte, peraltro, di insopportabili angherie e restrizioni specie per le ragazze, in favore di famiglie mononucleari, disposte a tuffarsi nella modernità dei consumi.

Insomma, qui l’analisi di Pasolini non sembra aver mai ricevuto smentite.

Alla pur condivisibile ed ineludibile affermazione dei diritti dei lavoratori, organizzati in forti associazioni sindacali, si accompagnavano anche nuovi paradigmi culturali, preparatori di una società più libera e meno dipendente da legami cetuali.

La cinematografia è ricca di conferme. Al di là di certi film italiani rimasti nel ricordo di tutti, con attori e registi iconici ed indimenticati (Volontè, Tognazzi, Melato, Ferreri, Petri, Monicelli), anche film minori rendono bene il clima. Si pensi a quel piccolo film inglese che risponde al nome di I love radio rock, una pellicola “giovanile” senza pretese ma altamente illuminante.

Fino a che le ragioni dell’accumulazione capitalistica hanno retto questo processo, la società ha attraversato un momento di innegabile libertà, non solo dal bisogno e dalla miseria, ma anche da stili di vita ormai sentiti come superati.

La fine del paradigma fordista, insieme alla nuova divisione internazionale del lavoro ed alla globalizzazione, ci consegnano le macerie fumanti di quel modello, con la parallela discesa agli inferi di ogni forma di coesione sociale e di evaporazione dei suoi legami che trovavano, specialmente nei luoghi di lavoro, nelle associazioni sindacali e partitiche, la loro forza.

Esce di scena il valore della partecipazione sostituito da nuovi ideali. Uno dei quali è il “politicamente corretto”, ultima spiaggia di coloro che ancora oggi si sentono “progressisti”. Trattasi di ceti che godono di un discreto benessere, che hanno lavori abbastanza sicuri e si sentono in una prosecuzione ideale del clima vissuto da studenti “Erasmus”.

La deriva è diffusa a tal punto, che il presidente degli USA ha nominato un nuovo giudice per la Corte Suprema, principalmente perché donna e di colore, prima ancora dell’analisi sui suoi requisiti professionali.

Anche in Italia, recentemente, si è invocata una donna per la carica di presidente della Repubblica.

Tuttavia, sempre negli USA dove è possibile, e in Italia dove non lo è ma un domani forse lo sarà, non ci si muove ad indignazione per la pratica dell’utero in affitto, massima espressione della mercificazione del corpo della donna.

In nome del politicamente corretto, si cambia la storia, si attua la cancel culture, si chiudono (negli USA) dipartimenti universitari di studi della storia e della lingua latina e greca, perché fondatori dell’egemonia della cultura del dominio bianco.

Verrebbe voglia di chiudere il discorso col noto aforisma wilderiano sulle madri dei cretini, ma purtroppo tali questioni sono fortemente presenti nel dibattito culturale e politico, ne inquinano capacità riflessive e propositive, specialmente negli ambienti “bene” della sinistra italiana in cui, ormai, di fatto, la questione dei diritti individuali è prevalente su quella sociale.

La storia sembra ripetersi ma, contrariamente a quel che pensavano Marx e soci, non è sempre una farsa, perché queste derive sono coerenti con la costruzione di un immaginario individuale solitario, senza radici e senza legami sociali, pronto per essere spinto sulle lande del più frenetico consumismo, anche a prescindere delle proprie possibilità economiche.

Possibilità meglio se legate a salari modesti, al fine di poter valorizzare, con l’indebitamento presso le varie “finanziarie”, l’enorme flusso di mezzi monetari (pari a circa 33 volte il PIL mondiale) altrimenti destinati a non produrre i profitti connaturati.

Da ciò dovrebbe risultare chiaro che le battaglie politiche della modernità sono anche e principalmente battaglie culturali, dove non esistono campi non intercomunicanti e in cui lo sforzo analitico deve essere quello di tenere insieme visione generale e impegno nel particolare.

Battaglie da affrontarsi in tutti i luoghi della vita, a partire da quelli più vicini a ciascuno di noi.