Il doppio cognome ed il politicamente corretto

di Dario Raffone

Con la sentenza n.131 del 27.4.2022, che ha avuto una certa risonanza anche nella stampa non specializzata, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità delle norme contenute nel codice civile ed in altre leggi speciali, alla stregua delle quali il neonato assume obbligatoriamente il cognome del padre. Per cui, d’ora in poi, tale neonato assumerà il cognome concordato fra i genitori e nel caso di specie, quello della madre o, in mancanza, il doppio cognome; facoltà quest’ultima, riconosciuta in forza di una precedente sentenza della stessa Corte (n.286/2016).

Al di là dei dettagli tecnici, in questa sede non rilevanti, la sentenza in questione appartiene a quel filone del “politicamente corretto” che ormai tracima ampiamente in ogni pronunzia, ogni qualvolta si controverte nel campo dei diritti della persona.  Nella vicenda in esame, le norme abrogate avrebbero dato luogo, secondo la Corte, a una non accettabile deminutio del ruolo della donna nei rapporti familiari.

La sentenza si accoda ad altre pronunzie, da quella che obbliga l’ufficiale dello stato civile a trascrivere l’atto di nascita di un bimbo con l’indicazione delle donne conviventi quali entrambi madri, a quelle che consentono l’adozione del figlio del compagno/a in favore del convivente non genitore anche se, formalmente, la c.d. stepchild adoption non è prevista dal nostro ordinamento (laddove il termine inglese occulta, pudicamente, il suo omologo italiano “figliastro”, parola bandita dal nostro lessico in quanto non politicamente corretta).

È del tutto evidente che nessun atteggiamento discriminatorio deve essere consentito nei confronti degli orientamenti sessuali delle persone, ma le vicende sopra descritte impongono due serie di considerazioni.

La prima, di carattere più generale, attiene alla reale funzione di queste pronunzie che appaiono oggettivamente coerenti e funzionali ad un disegno di ampliamento dei diritti individuali, slegati da ogni idea di legame sociale.

Se certamente si può anche prevedere – e da oggi lo si potrà fare – che i neonati possano avere il cognome deciso dai genitori (e, in mancanza di tale accordo, il doppio cognome, con l’incognita, poi, di coppie future con cognomi plurimi moltiplicantisi all’infinito), resta da vedere perché, a questo punto, tale opzione non possa essere riconosciuta anche al figlio, magari anche contro la volontà dei genitori.

La compressione di questo diritto sarebbe a sua volta incostituzionale, non potendosi ammettere che, sul proprio nome, altri soggetti, ancorché genitori, abbiano più diritto dell’interessato. E lo stesso potrebbe succedere anche in presenza di più fratelli nati successivamente, con le conseguenze immaginabili in ordine alla certezza degli stati civili e di ogni rapporto giuridico.

In verità, è l’enfasi posta su queste “rivoluzionarie” sentenze che stimola alcune riflessioni critiche più che il loro immediato contenuto.

Tale enfasi, a larghe mani diffusa dai c.d. ambienti “progressisti”, che hanno ormai una sola cultura, quella di pannelliana memoria, occulta il fatto che la realtà continua a mostrarci pesanti discriminazioni tra uomini e donne in ogni campo, dalla cura delle persone a quella dell’andamento domestico, ai differenziali di salari, alle possibilità di carriera, all’assenza diffusa di asili nido, ecc.  Difficoltà queste che, insieme ad un diverso modo di guardare alla propria esistenza, molto ci dicono sulle ragioni della drammatica crisi demografica che attanaglia l’Italia.

La seconda considerazione riguarda il ruolo dei giudici e il loro rapporto con una società come è la nostra, attraversata dai profondi cambiamenti connessi al presente momento storico.

Molti di essi, insieme a importanti accademici, ritengono che sia terminato il tempo della “legolatria” e cioè del cieco ossequio alla legge.  Secondo tale filone di pensiero, ciò che conta, oggi, è il diritto che nasce dal basso, dalla società, non potendo lo Stato governare le complessità di questa modernità e rispondere adeguatamente alle richieste e ai desideri dei suoi cittadini.

Il tema è delicatissimo ed intinge su quello, veramente problematico, della democrazia rappresentativa e della sua crisi.

Oggi si parla di giudici sottomessi al diritto (in larga parte di creazione giurisprudenziale) piuttosto che alla legge.

Si potrebbe e si dovrebbe domandare ai giudici, sulla base di quale potere o norma si ritiene possibile superare il dettato dell’art. 101 della nostra Costituzione, che recita che i giudici sono soggetti soltanto alla legge.

Ai giuristi accademici, sostenitori di tali approdi teoretici e a tutti i loro corifei, si potrebbe, invece,  chiedere se siano o meno consapevoli che queste derive finiscono per indebolire proprio quei soggetti che si vorrebbe proteggere con le giurisprudenze “dal basso”. E, inoltre, se sono consapevoli del fatto che, svuotando la portata precettiva della legge, consegnano i rapporti sociali e ed economici alle leggi del mercato senza le correzioni pure imposte dall’art. 41 della Costituzione.

Temi complessi, questi ultimi, che non si risolvono con rassicuranti declinazioni ideologiche, ma che mostrano reale scontro di interessi. Uno scontro che un tempo si sarebbe detto “di classe”.

Una conclusione pare evidente: il diritto, nella sua declinazione “politicamente corretta” non è in grado di offrire un senso, un collante a collettività sempre più confuse e individualiste. Anzi, finisce per essere un meccanismo spoliticizzante che occulta la natura dei poteri e dei problemi in gioco.

E queste “progressiste” sentenze, che per nulla incidono sulle citate questioni, ne costituiscono la pervasiva evidenza.