Il femminismo del sud del mondo [1]

di Farah Dibes[2]

Con una vittoria apparente per le femministe del Sud del mondo, sia la Dichiarazione che la Piattaforma d’azione di Pechino del 1995, stabilirono una tabella di marcia per l’empowerment[3] globale delle donne e delle ragazze a livello mondiale. All’epoca, “empowerment” non era la parola d’ordine di oggi, ma un nuovo concetto portato avanti dalla femminista indiana Gita Sen e da un gruppo di altre attiviste e studiose femministe.

Sen e le sue colleghe hanno sottolineato l’importanza dell’empowerment attraverso un approccio dal basso verso l’alto, che riguarda le voci delle donne del Sud globale. Quando hanno sostenuto l’adozione della definizione di empowerment da parte delle Nazioni Unite – e più tardi dalla Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne a Pechino – esse, tuttavia, non erano consapevoli che la definizione sarebbe stata rimodellata e offuscata nel corso del tempo: è stata trasformata la sua originale comprensione politica basata su azione collettiva, solidarietà, agenzia e modelli di sviluppo decoloniali, in un concetto individualizzato, depoliticizzato e occidentalizzato.

La regione (MENA)[4] soffre ancora di un divario di genere dell’87,4% nell’indice di empowerment politico e del 60% nell’indice di empowerment economico.

Nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa (MENA), questo cambiamento di comprensione – che è stato sostenuto dagli aiuti neoliberali e dai programmi di sviluppo – ha avuto seri impatti sulla formazione delle agende dei diritti delle donne e sul ritmo di avanzamento verso la giustizia di genere. Ma negli ultimi anni, sempre più donne, in tutta la regione MENA, stanno sfidando le narrazioni tradizionali di empowerment e stanno reclamando la comprensione originale di ciò che significa essere empowered.

Il femminismo dall’estero

Il femminismo centrato sul bianco ha fortemente influenzato i programmi di sviluppo della comunità internazionale dei donatori, finendo in un approccio depoliticizzato e cieco dell’empowerment delle donne e delle ragazze – un approccio che ignora convenientemente il ruolo dell’imperialismo, del colonialismo, del capitalismo e del razzismo, nel modellare le vite delle donne nere, brune e asiatiche nel Sud globale. Questo approccio è stato sostenuto dagli stati della regione MENA, che hanno anche mirato a costruire una comprensione dell’empowerment che non mette in discussione le attuali relazioni di potere, un empowerment che si allinea con l’interesse degli stati nel promuovere popolazioni politicamente passive, che sono guidate da fantasie capitaliste. Un “empowerment-leggero” è stato così imposto nella regione MENA, grazie a due categorie distinte e accomodanti. La prima, “l’empowerment politico”, è stata per lo più limitata ad aumentare il numero delle donne elettrici e delle donne nei parlamenti, senza tener conto di molte sfide reali che ostacolano le parlamentari o l’impegno significativo degli elettori nel processo politico. Il secondo, “l’empowerment economico”, era per lo più legato all’aumento della partecipazione formale delle donne al mercato del lavoro, senza affrontare realmente le barriere strutturali che le donne affrontano quando entrano o rimangono nel mercato. Per esempio, questo approccio sosteneva la fornitura di microfinanziamenti alle donne per avviare le proprie attività, addossando i rischi sulle spalle delle donne piuttosto che sui mercati o sugli stati; e considerava il raggiungimento della parità di genere all’interno del posto di lavoro (capitalista) in

cui molti uomini già sperimentano condizioni lavorative di sfruttamento.

Dopo decenni di programmi e di iniziative, anche questi obiettivi inadeguati di empowerment sono lontani dall’essere raggiunti. La regione soffre ancora di un divario di genere dell’87,4% nell’indice di empowerment politico e del 60% nell’indice di empowerment economico, secondo il Global Gender Gap Report del 2021.

Nessun empowerment senza redistribuzione del potere

Un decennio di instabilità politica e socio-economica ha spinto le donne e le femministe di tutta la regione a focalizzare la riflessione sulla redistribuzione del potere nella discussione sull’empowerment.

 Attraverso il recupero della comprensione originaria femminista del concetto di empowerment, esse stanno lottando attivamente e collettivamente contro i sistemi che hanno ridotto il loro ruolo nella vita pubblica al semplice sostegno di progetti capitalisti e autoritari. Questi sono gli stessi sistemi che hanno permesso che la qualità dell’istruzione, della salute, della protezione sociale e dei servizi pubblici – che sono componenti essenziali per un vero empowerment delle donne e delle ragazze – venisse diminuita.

Donne di varia provenienza sono state, e sono tuttora, in prima linea nelle proteste che chiedono giustizia sociale e di genere in molti paesi della regione. Solo negli ultimi mesi, le donne sudanesi si sono opposte ferocemente alla militarizzazione e alla violenza sessuale, tenendosi strette le conquiste politiche che hanno così faticosamente ottenuto insieme ai loro concittadini sudanesi. In un esempio più piccolo, ma altrettanto potente, giovani studenti libanesi a Tripoli hanno sfidato il sistema patriarcale che ha messo a tacere i loro tentativi di denunciare un insegnante molesto. Hanno organizzato proteste e promesso di sporgere denuncia contro di lui. Il tokenismo[5] sia nella sfera economica che in quella politica non è più sufficiente per mantenere l’illusione che ci sia una seria

volontà politica di dare potere alle donne. Quando il primo ministro donna della regione è stato nominato nel settembre 2021 in Tunisia, per esempio, le attiviste e i gruppi femministi hanno esitato a festeggiare. Hanno criticato il presidente tunisino per aver usato “la carta delle donne” al fine di portare avanti la propria agenda e ottenere pubblicità positiva e sostegno dall’Occidente in una situazione politicamente discutibile.

L’immagine centrata sul bianco, depoliticizzata e capitalista di una donna potente – una che è occidentalizzata, ben pagata, alla moda e indipendente – non è più accettata come l’unica versione di una donna non oppressa. Le donne della regione stanno celebrando la loro unicità, le loro differenze, le loro radici culturali e il loro senso di comunità e passione.

Le attiviste femministe, in particolare, stanno sfidando il femminismo centrato sul bianco che ha dominato la scena femminista globale. Stanno cambiando l’ecosistema di finanziamento che ha limitato il loro ambito di lavoro, e stanno mostrando come le femministe della regione siano di fatto partner alla pari nella ricerca della giustizia di genere a livello globale. Tutto ciò è stato ben evidenziato attraverso il deciso e furioso rifiuto dell’autrice e attivista femminista Mona Eltahawy, di etichettare la pioniera femminista egiziana Nawal El Saadawi alla sua morte come “la Simone de Beauvoir del mondo arabo” da parte dei media occidentali.

“Potere sul nostro futuro, sulle nostre vite e sui nostri corpi”. Questo è l’empowerment che le donne della regione MENA stanno cercando di ottenere, chiedendo un serio sostegno, necessario per dare veramente potere a tutte le donne e le ragazze. Ma stanno anche trovando le forme personali di resistenza e le loro strade verso l’empowerment con o senza quel sostegno.


[1]

[2] Farah Daibes è Senior Manager del Programma del Friedrich-Ebert-Stiftung’s Political Feminism per le regioni MEN

[3] Lasciamo il termine in inglese per la molteplicità dei suoi significati. Empowerment indica un processo di crescita, sia dell’individuo sia del gruppo, basato sull’incremento della stima di sé, dell’autoefficacia e dell’autodeterminazione per far emergere risorse latenti e portare l’individuo ad appropriarsi consapevolmente del proprio potenziale. (Nota della Redazione)

[4] L’acronimo MENA (Middle East and North Africa) indica la regione che si estende dal Marocco, ad ovest, attraversa la fascia nord-occidentale dell’Africa e prosegue verso l’Iran nel sud ovest asiatico. [n.d.r.]

[5] Il tokenismo, (tokenism in inglese) deriva dalla parola token, definito come un elemento che ha un valore determinato e lo ha solo ed esclusivamente se è contestualizzato, cioè se è inserito all’interno di un contesto: un esempio è il gettone che si utilizza in una qualsiasi sala giochi, fuori dalla quale non avrebbe nessun valore.
Il fenomeno del tokenismo, riprendendo il concetto di simbolo, definisce il fenomeno attraverso cui gruppi di maggioranza reclutano, all’interno di un determinato contesto, persone appartenenti a gruppi di minoranze (etniche o di genere) per lanciare un messaggio di inclusività, che molto spesso si rivela essere falso. [n.d.r.]