Il profilo delle diseguaglianze in Italia

di Marzia Ippolito

Maschio, cittadino italiano, settentrionale, istruito, di famiglia benestante e residente in un centro urbano. Questo è il profilo di chi non subisce la recrudescenza della diseguaglianza economica, che in Italia si è notevolmente amplificata negli ultimi dieci anni.

L’andamento della diseguaglianza economica è indissolubilmente legato alle scelte di policy, e questo è uno dei principali elementi di riflessione che emergono nell’ultimo rapporto del MESA (Make Europe Susteinable for All). L’interconnessione tra questi due elementi (fenomeni economici e scelte politiche) ci consente retrospettivamente di interpretare i tratti salienti del passato, di analizzare il presente e tracciare delle prospettive per il prossimo futuro. Utilizzando questo metodo di indagine possiamo valutare gli anni ’60 come un periodo in cui la tensione verso l’uguaglianza si spiega con una profonda spinta politica progressista che ha determinato significative trasformazioni sociali. Questa stagione è stata caratterizzata da una forte perequazione dei redditi, frutto dell’approvazione di riforme (si ricordi su tutte quelle dell’istruzione) che hanno migliorato le condizioni di accesso al mercato del lavoro per tutti e, indirettamente, consentito un miglioramento della mobilità sociale. Con lo stesso metodo analitico si possono leggere gli anni ’90, che inaugurano l’epoca della globalizzazione e delle liberalizzazioni su ampia scala. Da allora la mobilità sarà un concetto legato solo ai vantaggi del capitale di poter circolare liberamente su scala globale e perderà qualsiasi rimando alle opportunità individuali di poter migliorare la propria posizione sulla scala della distribuzione del reddito. La crisi del 2007-2008 si è inserita in un quadro già segnato da numerosi squilibri e ha contribuito ad approfondire le criticità dovute alla presenza di alcuni fenomeni già largamente presenti nel nostro paese. Le stesse dinamiche si sono riproposte in altre due occasioni più recenti; si fa riferimento in particolare alla recessione del 2019 e allo scoppio della pandemia. In entrambi i casi analizziamo questi shock come eventi che hanno un impatto su squilibri preesistenti, che ne amplificano le contraddizioni.

Alcuni esempi possono aiutare a focalizzare: disparità tra il nord e il sud Italia, differenziali salariali di genere, abbandono delle zone periferiche del paese, problema della cittadinanza limitata, ineguaglianza nell’accesso al mercato del lavoro per i meno istruiti, immobilismo della scala sociale. Oggi è però evidente che la dimensione di questi problemi è diventata così imponente da arrivare a porre dei limiti in termini di potenzialità di crescita economica. È interessante inoltre notare che le condizioni che si sono determinate nel nostro paese estromettono i più svantaggiati dai benefici che nascono nei momenti di ripresa. Nel 2017, nonostante una lieve e fugace ripresa economica, le famiglie che vivevano in estrema povertà sono raddoppiate – le peggiori performance si realizzano al sud – così come sono aumentate le persone che rischiano di sprofondare nella miseria (sono il 20% della popolazione).

I frutti delle fasi di crescita economica vengono raccolti e consumati da porzioni sempre più ristrette di individui. Secondo i dati più recenti sulla distribuzione della ricchezza nazionale si conta che in Italia i 12 milioni di italiani più poveri posseggano la stessa ricchezza dei 21 miliardari più ricchi del paese.

Le donne sono il primo gruppo svantaggiato. Nonostante i risultati raggiunti in termini di istruzione e formazione, le donne continuano a soffrire una disparità di trattamento rispetto agli uomini. Solo il 38,7% delle giovani donne con un diploma, la stima è fatta sul campione di donne uscite dal loro percorso di formazione da tre anni, sono occupate rispetto al 50,8% degli uomini nelle medesime condizioni. Confrontando i laureati che hanno recentemente completato il loro percorso di studi emerge che il 59,2% delle donne ha un’occupazione a fronte del 64,8% degli uomini. Questo risultato nasconde una doppia diseguaglianza: la prima, e più immediata, ha a che fare con la dimensione economica; la seconda invece con le condizioni generali a cui le donne sono sottoposte perché le loro difficoltà a trovare un’occupazione sono dovute anche all’impossibilità di conciliare il lavoro con gli obblighi domestici e di accudimento dei figli. Il divario tra uomini e donne in Italia è il più alto d’Europa, secondo solo a quello della Grecia, e pari al 18 punti percentuali, che diventano più di 32 nel Mezzogiorno. Le donne guadagnano meno e sono quelle che rischiano con più facilità di entrare in povertà quando esse sono madri single.

I giovani sono un altro gruppo svantaggiato. Una delle fonti principali di diseguaglianza dipende proprio dalla rigidità della mobilità sociale. Le giovani generazioni, che includono la fascia d’età che va dai 25 ai 40 anni, sono le più colpite e anche quelle che per la prima volta dall’inizio del XX secolo vivranno condizioni peggiori dei propri genitori, nonostante una più alta formazione e istruzione. Circa il 40% dei lavoratori manuali ha genitori che hanno fatto lo stesso lavoro e simili percentuali si ritrovano anche in termini di posizionamento sulla scala del reddito, dove un giovane che cresce in una famiglia a basso reddito generalmente continuerà ad avere lo stesso reddito in futuro.

Il terzo ed ultimo gruppo che individuiamo è quello territoriale. L’Italia è un paese geograficamente molto diseguale, in cui le differenze non si realizzano solo sul classico asse nord-sud ma anche su quello che distingue i centri urbani dalle realtà periferiche.

Sarebbe superficiale non considerare le profonde trasformazioni che hanno sconvolto il mercato del lavoro come uno dei fattori che ha causato un aumento delle diseguaglianze economiche. Su tutti si pensa alla massificazione dei processi di automazione che ha reso obsolete alcune occupazioni, operato un processo di sostituzione tra uomo e macchina, e ha abbassato il salario di alcune figure professionali. Ma esistono anche altri fattori che hanno contribuito a rendere strutturale il fenomeno della diseguaglianza: i flussi migratori, i nuovi equilibri nel commercio internazionale, ad esempio…

Si citano questi elementi di passaggio perché ognuno di questi rimanda a chiare scelte di policy e alle priorità che i governi prescelgono. È in questo senso che il legame tra economia e politica trova la sua dimensione più concreta. E può valer la pena di fare un esempio. Nei prossimi mesi arriveranno in Italia i finanziamenti del PNRR, sarebbe un’occasione unica per attenuare i problemi di cui stiamo discutendo. Il punto non è solo capire se esistono i margini economici per farlo, quelli ci sono, ma porsi la domanda: è la diseguaglianza una priorità politica?

https://www.sdgwatcheurope.org/wp-content/uploads/2019/06/8.3.a-report-IT.pdf