Il sonaglio al collo della tigre :
la risposta della Cina alla crisi ucraina

Di Andrea Minervini

Questa nota sintetizza brevemente alcuni assunti presenti nel Report stilato dal Foreign Policy Institute nel gennaio di quest’anno e, sebbene il Report sia antecedente all’escalation della situazione che ha portato alla guerra tra Ucraina e Russia, alcuni assunti restano validi nei riguardi della delicata posizione della Repubblica Popolare Cinese.

La Cina, negli ultimi anni, ha mantenuto una posizione tendenzialmente allineata con la Federazione Russa (eccezion fatta per alcuni velati attriti sul tema dell’influenza politica e sul mercato energetico in Asia Centrale[1]), sebbene la guerra in Ucraina sia in netto contrasto con quelle che sono le principali direttrici di Pechino in quanto a politica estera, ovvero la non ingerenza nelle questioni statali e il mantenimento della sovranità territoriale[2]. Alla luce dei recenti avvenimenti, uno degli assunti più importanti del Report preso in analisi, è la questione prettamente “cinese” di Taiwan. Le azioni della Federazione Russa, in questo contesto, potrebbero essere un esempio per la Cina sulle possibili conseguenze da parte di altri attori quali gli Usa e l’Ue che l’annessione di Taiwan potrebbe comportare.

I leader di Pechino e di tutto il mondo vedranno la risposta degli Stati Uniti a qualsiasi escalation militare contro l’Ucraina come un segnale del fatto che gli Stati Uniti possano rispondere efficacemente alle future crisi nello Stretto di Taiwan o nel Mar Cinese Orientale o Meridionale. Il successo o il fallimento degli sforzi degli Stati Uniti per imporre costi significativi alla Russia se si intensifica sarà visto come un test per verificare se gli Stati Uniti potrebbero fare qualcosa di simile in Asia.[3]

Ad oggi, possiamo affermare che le sanzioni imposte alla Russia sono state estremamente pesanti e hanno visto un coordinamento internazionale molto forte per renderle le più pesanti mai realizzate (per saperne di più vi rimandiamo all’intervista fatta a Ugo Marani[4]). Questo genere di risposta è sicuramente un elemento di preoccupazione per il governo di Pechino nonché largamente prevedibile in caso di azioni contro Taiwan. Certo è che molti dubbi rimangono, poiché verrebbe da chiedersi se questo “concetto” che è l’Occidente, unito contro la Federazione Russa e le sue azioni, possa avere la forza nell’immediato di imporre sanzioni anche alla Cina. La situazione odierna, dopotutto, è molto diversa e più catastrofica rispetto a quella che fu l’annessione più o meno legale della penisola di Crimea nel 2014. Allora la Cina giocò un ruolo marginale in virtù del fatto che la Crimea era quasi totalmente priva di interessi diretti per Pechino. Lo conferma anche il Report:

Nel 2014, la Cina non ha svolto alcun ruolo significativo in queste sanzioni, né in termini di definizione del processo decisionale occidentale né della risposta della Russia. Ciò è dovuto in gran parte al fatto che la Cina non aveva una posizione importante nei settori economici presi di mira. Non ci sono stati sostanziali investimenti cinesi in Crimea né i mercati dei capitali cinesi hanno avuto la capacità di sostituire New York o Londra. La Cina non ha avuto le avanzate attrezzature di trivellazione petrolifera poste sotto sanzione e nessun bene significativo di fabbricazione cinese è stato influenzato dai nuovi controlli sulle esportazioni.[5] costoso per Pechino dato che alcuni prestiti potrebbero non essere restituiti. Una delle migliori possibilità potrebbe essere quella di riuscire Un punto importante della questione sanzioni e che solo il tempo potrà confermare, riguarda l’”autoisolamento” dei sistemi di pagamento russi e cinesi che potrebbe giocare un ruolo fondamentale in quella che è la sanzione più “forte” messa in campo da Usa e Paesi occidentali nei confronti della Federazione Russa, ovvero l’esclusione dal circuito di pagamenti mondiale SWIFT. Questo “autoisolamento” potrebbe giovare ai rapporti bilaterali tra Russia e Cina, ma potrebbe essere ad integrare Paesi Terzi all’interno dei sistemi di pagamento autonomi di Russia e Cina.


[1] “È attorno a quest’ultima che, d’altra parte, si è andata sviluppando la competizione energetica centrasiatica nel primo quindicennio successivo alla dissoluzione sovietica, nella misura in cui l’eredità infrastrutturale dell’Urss rendeva le repubbliche centrasiatiche dipendenti dalla preesistente rete russocentrica. In questo senso, l’apertura di canali d’esportazione di idrocarburi verso oriente ha notevolmente ampliato le possibilità di esportazione petrolifera del Kazakistan e, soprattutto, spezzato l’isolamento infrastrutturale nel settore del gas del Turkmenistan, sull’acquisto delle cui risorse la Russia ha goduto sino ad allora di un sostanziale monopsonio”. In C. Frappi, Il fattore energetico nella proiezione cinese verso l’Asia centrale, ISPI n°129, luglio 2012, cit. p.9

[2] https://formiche.net/2022/02/ucraina-cina-russia-telefonata-xi-putin/

[3] C. Miller, How Will China Respond to the Russia-Ukraine Crisis? Foreign policy research institute, Gennaio 2022, cit. pp. 2-3 (traduzione nostra)

[4] https://resetinrete.org/russia-e-unione-europea-a-confronto-sulle-sanzioni-il-ruolo-della-finanza-internazionale/

[5]C. Miller, Come risponderà la Cina alla crisi Russia-Ucraina?  Istituto di ricerca in politica estera, Gennaio 2022, cit. pp. 4

Una tale mossa sarebbe costosa per la Cina, poiché alcuni di questi prestiti potrebbero non essere rimborsati. Questi sforzi aumenterebbero anche sostanzialmente la tensione Usa-Cina. Tuttavia, se una tale mossa funzionasse a stabilizzare il commercio Russia-Cina, questi meccanismi finanziari potrebbero anche essere utilizzati da paesi terzi per effettuare transazioni con la Russia, evitando le sanzioni finanziarie statunitensi. Se così fosse, ciò dimostrerebbe il potere finanziario della Cina e il declino dell’efficacia delle sanzioni statunitensi. L’alternativa sarebbe quella di tollerare gravi interruzioni del commercio Cina-Russia mentre si guardano gli Stati Uniti dimostrare l’efficacia delle sanzioni, nessuna delle quali sarebbe appetibile per Pechino.[6]

Ad oggi, sebbene la situazione sia grandemente degenerata in Ucraina e la guerra prolungata (disattese sono state le speranze russe di una rapida caduta del Governo e dell’esercito ucraino) le sanzioni messe in gioco dall’Occidente hanno colpito l’economia russa ma apparentemente non in maniera “mortale” come atteso. La posizione della Cina continua a risultare “ondivaga” e solo i futuri sviluppi, probabilmente, riusciranno a fare comprendere la strada che Pechino ha, forse, deciso di intraprendere.

https://www.fpri.org/wp-content/uploads/2022/01/how-will-china-respond-to-the-russia-ukraine-crisis.pdf


[6] Ivi., cit. pp. 8-9