La desertificazione del Mezzogiorno

di Michele Gallo

Quando si parla di desertificazione, si pensa subito all’emergenza climatica, dimenticandone anche una seconda, più sottile: quella demografica e, in stretta relazione con questa, quella economica e socio-culturale.

Quarantasette milioni e seicentomila saranno gli italiani nel 2070, oggi invece siamo circa 59 milioni. È un dato che non cattura l’attenzione dei mass-media e ancor meno quello dell’italiano medio.

La scarsa attenzione che si presta a tale stima deriva dal fatto che si riferisce ad un periodo relativamente lontano dall’attualità: possiamo considerarla una curiosità, ma difficilmente la interpreteremmo come qualcosa d’importante o di urgente. E poi, fare delle previsioni è estremamente difficile, si pensi a quante volte il meteorologo sbaglia quelle per il giorno dopo! Figuriamoci quelle da qui a 50 anni!

Partendo da quest’ultimo aspetto, possiamo considerare come l’analisi statistica fornisca delle valutazioni estremamente puntuali per alcuni fenomeni – si pensi a quelle sul clima – mentre la forbice dei risultati si amplia largamente per altri.

Immagine che contiene tavolo
Descrizione generata automaticamente
Fonte: ISTAT 2021 (https://www.istat.it/it/files/2021/11/REPORT-PREVISIONI DEMOGRAFICHE.pdf)

Prendendo per buoni i dati che pubblica l’ISTAT sul futuro demografico del Paese, da cui è stata estratta la tabella che commentiamo, possiamo constatare che, con una fiducia del 90%, nel 2070 ci saranno tra i 41,1 e i 54,9 milioni d’Italiani, quindi con una contrazione della popolazione che oscilla tra l’8% e il 31% circa; ma, mentre per il Centro Italia nel caso migliore si avrà un calo della popolazione di meno del 5% e per il Nord Italia si potrebbe registrare addirittura un aumento, nel Sud la riduzione oscilla tra il 24% e il 41% della popolazione. 

Questo significa che la popolazione che risiede nel Mezzogiorno potrebbe tornare ad essere pari a quella registrata durante il censimento del 1861, anno della nascita dello Stato italiano.

Naturalmente, se è poco probabile che Napoli nel 2070 registrerà poco più di 500 mila abitanti (nel 1981 erano 1,2 milioni), dall’altro lato, invece, è molto probabile che le aree interne registrino cali della popolazione anche superiori ai due terzi.

L’importanza di tale fenomeno è da misurare con le implicazioni economiche e sociali che tale cambiamento porterebbe nelle comunità che risiedono in gran parte del Sud Italia. Per avere un’immagine della desertificazione e dei suoi effetti, basta riportare alla mente qualche piccolo borgo disabitato sull’Appennino: è in quello che si trasformerebbero molti comuni e diverse città di piccole e medie dimensioni del Sud, ma con un numero di manufatti (case, capannoni, strade etc.) dieci volte maggiore.

Sebbene andamenti demografici negativi si verificano ciclicamente, la velocità e l’intensità con cui questo fenomeno si sta registrando nel Mezzogiorno è molto preoccupante. Infatti, se la popolazione dovesse scendere a 11 milioni, si avrebbe un crollo demografico che porterebbe il Sud Italia a registrare un numero di abitanti pari a quanti oggi ne vivono nelle sole Campania e Sicilia: si perderebbe l’intera popolazione dell’Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise, Puglia e Sardegna messa assieme in meno di mezzo secolo.

Il problema della crisi demografica nel Mezzogiorno, quindi, è un problema ingente che, purtroppo, la nostra classe politica sembra non sia in grado di affrontare. L’unico aspetto che cattura l’attenzione dell’opinione pubblica è la migrazione irregolare in entrata, bandiera ideologica di alcune forze politiche, ma la migrazione interna, la fuga dei cervelli e soprattutto il crollo delle nascite è argomento volontariamente taciuto e nascosto, probabilmente nell’impossibilità di proporre una soluzione che non sveli il programmatico disinteresse che il Sud Italia ha da sempre subito.