La giustizia e il PNRR

di Dario Raffone

Molta enfasi è riservata, nel PNRR, alla questione della giustizia civile. Il clima, al riguardo, sconta continue prese di posizioni di pseudo esperti, interessate campagne di stampa e azioni di vari pensatoi. Uno soprattutto, quello costituito dagli annuali resoconti, sul c.d. “business enviroment” in diversi Stati, redatti da Doing Business, agenzia della Banca Mondiale, che ogni anno, dal 2003, svolge indagini molto seguite ed apprezzate. Indagini che scrutano anche il settore della giustizia civile e del suo rapporto con il PIL. In tale ambito, Doing Business interviene rilasciando giudizi severi e proponendo ricette anche sull’assetto strutturale della giustizia italiana, spiegando anche come essa incida negativamente sul PIL nella misura di almeno 1 punto.

Non interessa qui discutere la fondatezza di tali misurazioni (su cui ci sarebbe molto da dire sul metodo e sui risultati), ma sulla preoccupata attenzione di organi di stampa ed istituzioni che tale rapporto riceve in Italia. Persino il CSM, in un recente passato, ha ritenuto di adottare alcune indicazioni di Doing Business, per proporre ai giudici modelli di redazioni di sentenze per particolari affari. Chiaro sintomo, questo, delle afasie intellettuali che attraversano tutta la classe dirigente nazionale. Minore sembra l’interesse per la giustizia penale che pure soffre di malanni strutturali che saranno oggetto di prossimi interventi. L’attenzione della UE e del suo Recovery plan è rivolto essenzialmente alla giustizia civile per la quale il nostro PNRR di settore prevede investimenti per circa 2.8 miliardi di euro.

La strada scelta in Italia per attivare tale piano sconta l’idea diffusa che l’indubbia inadeguatezza della risposta giudiziaria rispetto alla domanda, dipenda da meccanismi interni a questo sottosistema. Perciò, si (ri)propone un modello processuale in parte simile a quello già esperito in passato per le controversie societarie, con risultati talmente modesti, se non dannosi, tanto da essere abrogato dopo solo sei anni a furor di popolo. Laddove il rito attuale consente, ormai da molti anni, uno smaltimento di affari superiore, sia pure di poco, al numero delle nuove iscrizioni.

Inoltre, si confida sul c.d. Ufficio del processo per il quale è prevista l’assunzione di circa 18.000 giovani laureati (e non solo in giurisprudenza) per tre anni. Giovani che dovrebbero affiancare il giudice predisponendo atti e gestendo parte dei procedimenti. In disparte i dubbi, pure legittimi dal punto di vista costituzionale, di questo appaltare pezzi di procedimenti a soggetti diversi dai magistrati, non è chiaro e non è detto quanto tempo sia necessario per la loro formazione e a chi competa questo compito. Sul giudice, ca va sans dire.

Lo sguardo è rivolto al basso e nulla si dice sulla Corte di Cassazione che sforna circa oltre 30 mila sentenze civili all’anno, con ritmi e modalità lavorative tali da far pensare ad essa come ad un giudice di pace nazionale (e sia detto senza alcuna offesa per i giudici di pace) e con grave pregiudizio della sua funzione nomofilattica.

Vi sono anche criticità che la ministra Cartabia si è ben guardata dall’affrontare, consapevole di un compito che solo un esecutivo determinato e politicamente forte potrebbe fronteggiare:

a)il numero degli avvocati che in Italia supera i 250.000. Solo in Campania il loro numero è superiore a quelli di tutta la Francia.  E ancora, sono oltre 30.000 gli avvocati italiani abilitati al patrocinio davanti alla Cassazione a fronte dei poco più di 100 francesi. Un ceto smisurato, largamente proletarizzato, che fa della creazione e del prolungamento delle controversie una delle sue forme di sopravvivenza;

b)l’esplosione delle sopravvenienze che si sono mantenute, fino agli anni ‘70 del secolo scorso, stabilmente intorno al numero di 300.000 per poi crescere progressivamente sino al numero di quasi 2 milioni all’anno. Segno, questo, di trasformazioni profonde della società italiana di questi ultimi 40 anni, connotate da un affievolimento del legame sociale, dal crescere di orizzonti di senso più individualistici in uno a politiche sociali ed economiche sempre meno solidaristiche. E prova evidente della presenza di un salto di paradigma sociale di cui non si vuole tenere conto volendosi, evidentemente, privilegiare solo la quantità delle risposte senza alcuna riflessione sulla qualità delle stesse.

L’enorme numero di processi pendenti (circa 2.500.000, alcuni molto risalenti) evidenzia, ad una più attenta analisi, anche sperequazioni e diseguaglianze. Infatti, se nei grandi tribunali metropolitani la situazione presenta segni di netto miglioramento, ciò non accade nei Tribunali periferici anche se collocati in bacini di utenza rilevanti come, per restare in Campania, quelli di S. Maria Capua Vetere o  di Napoli Nord, col suo milione di abitanti e la sua eccezionale densità economica e criminale, o ancora Nola, Nocera Inferiore, dove pure sono presenti rilevanti pezzi del sistema industriale e commerciale della regione, e così via. E ciò vale anche per le altre regioni, specie del Sud. Tribunali abbandonati a sé stessi con penuria di risorse e ciò anche grazie all’incapacità della magistratura associata di porre con forza tali questioni e di incalzare al riguardo il Ministro, tenuto, ex art.110 Cost., ad assicurare mezzi e servizi.

Infine, va pure detto che alcuni rimedi, semplici e sicuri, come l’affidare una parte di arretrato a giudici ed avvocati in pensione, ben pagati per ogni sentenza, erano stati proposti anche da parte dell’Avvocatura più consapevole, ma senza alcun riscontro. Sarebbero stati sufficienti importi meno rilevanti di quelli che si andranno a spendere per la creazione di un numero enorme di precari, assunti senza alcuna seria prospettiva futura di lavoro che non sia quella di agognate ma incerte sanatorie.

Al fondo di tutto quanto precede e al netto delle azioni lobbistiche di ben inseriti gruppi di potere e di vari think tank, si staglia la necessità di una riflessione: quella sull’ “efficienza” e sul suo rapporto con la giustizia, con i casi singoli degli individui. Una riflessione che sarebbe auspicabile trovasse luoghi e modi dove svolgersi, ma dei quali allo stato non si colgono neanche flebili tracce.