La guerra e le paure della finanza

di Ugo Marani

Le statistiche che sottoponiamo all’attenzione del lettore, necessitano di una breve premessa riguardante alcuni indicatori del mondo della finanza, che sono assai meno complessi di quanto gli addetti ai lavori tendano ad ostentare.

Gli operatori finanziari considerano la volatilità dei rendimenti sui mercati, cioè l’oscillazione del prezzo delle azioni previsto nell’immediato futuro, come un indicatore negativo della fiducia nelle performance future (per esempio: a trenta giorni, titoli con prezzi molto oscillanti possono fissarsi a livelli preoccupanti).

Si aggiunga che, su tali mercati, è possibile comprare “diritti” ovvero acquisire la possibilità (non l’obbligo) di comprare un titolo (in gergo un’opzione call) o di vendere un titolo (in gergo un’opzione put).

Se gli operatori si aspettano un’elevata oscillazione dei prezzi di mercato nel futuro immediato e quindi, potenziali perdite nel detenere titoli dai prezzi fluttuanti, essi tenderanno a “coprirsi” acquistando opzioni put (e cioè il diritto di vendere) per avere, così, la possibilità di privarsi di azioni il cui rendimento tenda ad abbassarsi.

Se un simile andamento si espande, si può ipotizzare che la paura prevalga sul mercato.

Ebbene, attraverso una metodologia di calcolo sui prezzi di simili derivati, è stato costruito, da qualche decennio, un indicatore ribattezzato successivamente Indice della Paura, che misura con un solo numero fiducia (e sfiducia) sui mercati finanziari.

L’idea è semplice ma efficace: mentre l’andamento dei principali corsi azionari, S&P 500 negli Stati Uniti e Euro Stoxx 50 nell’Eurozona misurano la fiducia attuale dei mercati, gli Indici della Paura, il VIX negli Stati Uniti e il VSTOXX in Europa, danno indicazioni sulle aspettative future a breve termine.

Se simili indici salgono, è perché gli operatori si coprono comprando diritti di vendita di titoli, che si presume possano diminuire di prezzo.

Dunque, l’indice denota non tanto il pessimismo attuale quanto le attese di “crolli” futuri.

Ecco il primo dei grafici, l’andamento del VIX negli ultimi trenta anni:

ANDAMENTO DELL’INDICE VIX DAL 1990 AL 2020
(Fonte: Tradingview.com, 2020)

Si noterà che “la paura” finanziaria cresce in circostanze specifiche e non accidentali: la Bolla delle Dot-com, l’11 settembre, la crisi finanziaria dei derivati, la pandemia.

Poiché l’indice è calcolato come un “numero puro”, che cioè non richiede unità di misura, è possibile paragonarne l’andamento e dunque, porre VIX e VISTOXX a confronto.

Ebbene, anche nella crisi pandemica (in cui la volatilità nei mercati finanziari ha abbondantemente superato i livelli delle precedenti crisi economiche e finanziarie, portando VIX e VSTOXX, i cosiddetti Indici della Paura, a livelli mai visti prima), i valori non si sono mai discostati troppo: la paura sulle due sponde dell’Atlantico è stata sempre sostanzialmente la medesima.

A seguito del Covid, l’indice americano VIX ha toccato quota 82 punti, contro i 75 della crisi del 2008, e l’europeo VSTOXX ha raggiunto il massimo storico di 84, superando di gran lunga la quota 60 raggiunta sempre nel 2008.

A seguito della guerra ucraina assistiamo, tuttavia, ad una novità ben palese nel grafico che segue:

ANDAMENTO DEL VIX(USA) E VSTOXX (EUROPA) NEL FEBBRAIO 2022
(Fonte: Bloomberg)

In esso, che riguarda il periodo tra gennaio e febbraio di quest’anno, l’andamento dell’indice europeo assume colore rossastro, quello statunitense azzurro. Ovvero: la guerra intimorisce e indebolisce più i mercati finanziari europei che quelli americani. Banale, si obietterà, se si assume come criterio dirimente la contiguità territoriale; un po’ meno se si pensa al grado di integrazione finanziaria internazionale e al principio di dominance di Wall Street.

Il maggiore incremento dell’indice VSTOXX in Europa, è certamente determinato dalla “vicinanza” della sua economia a quella delle nazioni in conflitto e, come si intuisce, dalla dipendenza dalle fonti energetiche russe.

Tutto vero, ma esiste un motivo aggiuntivo sul quale i mercati finanziari sono particolarmente sensibili, che non pare essere stato sottolineato a sufficienza dalla pubblicistica specializzata.

La guerra ha determinato il crollo dei rendimenti nel settore bancario; non solo, la maggiore diminuzione ha riguardato le tre banche più esposte, a vario titolo, sul mercato russo: l’austriaca Raiffeisen Bank International, la francese Société Generale e la nostra Unicredit. Quest’ultima ha palesato l’intento di cancellare i rapporti di affari con la Russia, inclusa l’esposizione sul mercato dei prestiti e dei derivati stilati in rubli e quindi, con valori prossimi allo zero.

Secondo Bloomberg, simili decisioni dovrebbero determinare un ridimensionamento non trascurabile della profittabilità della banca italiana.

La finanza europea pare, dunque, più preoccupata di quella americana per quanto accade in Ucraina. Ma è comprensibile, ne è direttamente coinvolta: il contagio dei vicini è sempre più inquietante.