La tormentata evoluzione del processo penale

di Giuseppe Sassone
Tribunale, Giudice, Linea Arte, Aula Di Tribunale

La giustizia penale in età repubblicana non è sempre stata così in sofferenza.

Fino al 1989, epoca in cui è andato in pensione il vecchio codice, i processi finivano in un “tempo ragionevole”, anche se ciò non era ancora scritto, come oggi, nella Costituzione.

Cosa aveva il vecchio codice che consentiva risultati impossibili con il nuovo.

Era ispirato ad un modello inquisitorio. Questo significa che erano dati al giudice, al fine di raggiungere la verità, ampi poteri e questi poteva incidere sul processo molto più di oggi, forse, anche più delle parti stesse.

Esisteva, certo, un problema di garanzie, ma vi erano stati numerosi interventi della Corte Costituzionale, la maggior parte dei quali volti all’attuazione del diritto di difesa di cui all’articolo 24 della Costituzione che avevano reso il vecchio codice totalmente compatibile con il nuovo ordinamento costituzionale. 

Il codice, benchè nato in epoca fascista,  non è stato cambiato per adeguarlo alla Costituzione.

Il codice è stato cambiato perché spirava un nuovo vento culturale.

Si è così introdotto il codice sulla base del modello di quelli anglosassoni, un modello che viveva in una cultura diversa e funzionava grazie a quella. E la cultura, si sa, non si può trapiantare.

La bandiera ideologica in nome della quale questo processo si è instaurato è quella riconducibile al superamento del modello inquisitorio con l’introduzione di un modello accusatorio.

Il modello accusatorio è tipico delle società neoliberali, un processo vissuto in maniera competitiva, in cui l’obbligatorietà dell’azione penale non è necessaria, un processo in cui il giudice non ha il compito di accertare la verità. E’ un agone nella disponibilità delle parti dove “vinca il migliore”, cioè il più forte. Laddove, invece, il modello inquisitorio, temperato ovviamente da forti garanzie difensive, è il modello che consente nella fase dibattimentale maggiori possibilità di ricerca della verità e maggiori possibilità di riequilibrio di parti squilibrate e quindi maggiore tutela per i soggetti più deboli. E’ un modello che fino ad oggi avremmo dovuto dire di controtendenza perché il processo di Unione europea ed i modelli neoliberali hanno dato un forte impulso a questa società darwiniana in cui si vuole la minima ingerenza possibile dello Stato e quindi nel processo la presenza del potere dello Stato in funzioni pressoché nulle, lasciando la dialettica processuale nelle mani esclusive delle parti, la parte di accusa e la parte di difesa.

E’ lo stesso dilemma che c’è tra eguaglianza formale e sostanziale.

Altri diranno se questo codice è più moderno e più democratico.

Certamente non è più efficiente.

E sono i dati a dimostrarlo.

Un tempo il giudice dinanzi al quale un processo si prescriveva veniva chiamato a rendere giustificazione dal Procuratore Generale. Oggi la prescrizione è una forma quasi ordinaria di definizione dei processi penali.

Certamente è anche aumentata la domanda di giustizia, grazie anche al fatto che la giustizia è rimasta l’ultima risposta mentre gli altri poteri recedevano. Penso al Co.Re.Co, al segretario comunale: mentre la Politica abbatteva gli strumenti di controllo amministrativi, la magistratura, in un intento di contenimento della degenerazione del sistema amministrativo, ha occupato gli spazi.

La lentezza e la farraginosità dei processi ha fatto sì che la risposta sia avvenuta sempre più attraverso il ruolo dei pubblici ministeri e della fase cautelare.

La necessità di una risposta urgente alla domanda di giustizia ha fatto sì che la risposta fosse quella che si ha nell’immediatezza, prima del processo sulla base di indagini preliminari, fase nella quale il protagonista principale è il Pubblico Ministero sul quale il Giudice delle indagini preliminari ha richiesto un controllo da esercitare in tempi sempre molto ristretti. Da tangentopoli in poi si è avuto un crescendo della rilevanza della risposta cautelare perché i processi erano troppo lenti.

C’è da domandarsi se ciò presenti maggiori garanzie del vecchio rito che abbiamo abbandonato.

L’efficienza da mezzo è diventata essa stessa valore, confondendo spesso “efficienza” con “efficientismo”. 

La quantità della risposta giurisdizionale si è elevata, anche se è ancora ben lungi dallo scalare l’enorme montagna della domanda di giustizia, sul cui lievitare ben poco si è lavorato.

La qualità della risposta giudiziaria si è, inevitabilmente, abbassata, ma questo sembra non interessare più a nessuno, se è vero che negli ultimi tempi si vagheggia persino di sentenze scritte barrando delle caselle con le crocette, di giustizia predittiva, digitale: un’inversione dei principi democratici in cui il luogo della legge, intesa come sintesi politica degli interessi, è sostituito dalla tecnica.

Questa deriva andrebbe fermata, occorre una stagione di ripensamento “alto”, filosofico, sull’impostazione che è stata data alla macchina della giustizia.

Questa non può rispondere ad una logica economica in cui all’attuazione di un’idealità si sostituisce l’efficacia, all’esercizio di un diritto, la difesa di un interesse, ai concetti culturali, concetti apocrifi interpretati dall’economia e dalla tecnica, all’ideologia, la governamentalità. 

In gioco c’è molto di più dei tempi del giusto processo.