L’esigenza della complessità

di Annarita Raja

In questi tempi invasi da echi di guerra, tutte le discussioni politiche nei media e sui social finiscono su posizioni estremamente antitetiche: amico e nemico, ragione e torto, vero e falso, giusto e ingiusto; forme contrapposte, proprie del pensiero semplice e perché no, del mondo primario e fantastico dell’immaginazione infantile con il protagonista, l’antagonista e l’eroe con le sue esaltanti gesta.

La necessità di una forma mentale semplificativa ridotta a questo paradigma, è un leit motiv ricorrente e crea duellanti di parola: si estremizzano le posizioni sull’argomento di discussione, si crea un acceso dibattito che talvolta nulla ha a che fare con un civile confronto; l’opinione pubblica si divide, l’attenzione si alza e premia lo share; la realtà che si mostra è autoevidente e non vi è posto per il pensiero deduttivo.

La nostra società, senza social media, era il deposito delle tradizioni con cui una comunità assegnava significati e valori alla propria realtà circoscritta; la conoscenza – non quella intellettuale – era patrimonio comune degli individui nella realtà quotidiana: si formava così il “senso comune”, una rappresentazione della realtà condivisa, soggettivamente significativa e data per scontata dai suoi membri.  “Si metteva ogni cosa al posto giusto” e si costruiva un universo significativo che si manteneva nel tempo attraverso memoria e simboli, un mondo coerente e integrato che l’uomo, in quanto costruttore di mondi, conservava chiuso in sé stesso; si strutturava una realtà coerente che si manteneva nel tempo, il cui collante era il linguaggio, base e strumento della cultura collettiva.

Oggi le città hanno perso una propria identità valoriale e il tessuto comunitario si è disgregato; malgrado ciò, gli esseri umani, che hanno una forte inclinazione a connettersi e creare legami con persone che considerano simili a loro, trovano nei social il luogo privilegiato per costruire gruppi e condividere interessi e punti di vista simili: sono le echo chambers o camere di risonanza, bozzoli di informazione rassicuranti, echi amplificati e ripetitivi della propria voce.

In queste comunità si incontrano persone che hanno idee simili alle proprie su determinati argomenti; tuttavia, l’isolamento incentiva la polarizzazione, cioè persone che appartengono alla stessa area ideologica, diventano impermeabili a idee differenti e al termine di una discussione interna, finiscono per pensare la stessa cosa che pensavano prima ma in forma più estremistica, di fatto vivono prigionieri di mondi progettati da loro stessi e risulta difficile correggere anche delle falsità, poiché si è coinvolti da convincimenti comuni e la percezione di appartenenza rinsalda l’identità di gruppo (ciò può implicare aspetti negativi, come estremismo violento, ma anche positivi come movimenti per i diritti sociali). 

Quindi, la polarizzazione restituisce quel senso comune condiviso ma parziale, che non è radicato in comunità storicamente date ma in non luoghi temporaneamente aggreganti, dove manca il confronto su un ampio ventaglio di temi e idee in nome di una visione ristretta della realtà a cui si partecipa anche e soprattutto emotivamente, e in cui è sempre più crescente l’intolleranza per idee diverse dalle proprie.

È evidente che la libertà di giudizio ne è gravemente compromessa, ciascuna persona non è più un soggetto ma lo snodo di una rete, di una collettività frammentata alla quale viene sempre più limitata la propria visione del mondo.

Qual è, dunque, il rapporto tra conoscenza e realtà?

P. Watzlawick, insieme a J.Beavin e D. Jackson (Pragmatica della comunicazione umana,1ª ed. 1967 New York) affermava che un fenomeno resta inspiegabile finché il campo di osservazione non è abbastanza ampio da includere il contesto in cui il fenomeno si verifica. Se l’osservatore non si rende conto dello sviluppo di relazioni tra un evento e il suo ambiente, è indotto ad attribuire all’oggetto di studio, certe proprietà che l’oggetto non può avere.

A tal proposito, presenta un esempio molto interessante: nel giardino di una casa di campagna, visibile dal marciapiede esterno, un grosso signore con barba strisciava accoccolato su un prato tracciando degli otto, guardandosi indietro ripeteva ininterrottamente “qua qua qua”. Era il famoso etologo Konrad Lorenz che stava facendo uno dei suoi famosi esperimenti con piccoli anatroccoli. La siepe che circondava il giardino nascondeva gli anatroccoli e dei turisti che passavano di lì, videro solo una parte del tutto e restarono allibiti: un vecchio strisciava su un prato facendo il verso degli anatroccoli, un comportamento del tutto inspiegabile e veramente folle. 

Partendo da questa premessa, è opportuno quanto necessario leggere e giudicare un fatto in funzione del contesto nel quale l’evento è inserito, per non cadere nella parzialità del giudizio: comprendere lo scenario per capire i fatti.

Mi riferisco proprio ai noti fatti di guerra che, se non contestualizzati, si parcellizzano e si semplificano, complice la democrazia decadente dei nostri tempi, che non vieta il diritto di parola, piuttosto confonde e orienta, presentando la parte per il tutto e limita di molto quella libertà di pensiero – che è libertà di giudizio – senza negarla, ma proponendo una rassicurante prospettiva, antitetica e circoscritta.

È questo il motivo per cui, in questi tempi difficili, si parla di complessità. 

Scrive Edgar Morin (Introduzione al pensiero complesso, 1993):

“Il pensiero complesso è consapevole in partenza dell’impossibilità della conoscenza completa: uno degli assiomi della complessità è l’impossibilità, anche teorica, dell’onniscienza. Riconoscimento di un principio di incompletezza e di incertezza. Il pensiero complesso è animato da una tensione permanente tra l’aspirazione a un sapere non parcellizzato, non settoriale, non riduttivo, e il riconoscimento dell’incompiutezza e della incompletezza di ogni conoscenza. Questa tensione ha animato tutta la mia vita…ho sempre aspirato ad un pensiero multidimensionale. Ho sempre sentito che alcune verità profonde, antagoniste tra loro, erano per me complementari, senza smettere di essere antagoniste.” 

È chiaro che viene, così, superato il modello lineare di causa-effetto che inquadra la parte per il tutto, a favore di una lettura circolare portatrice di una diversa prospettiva, che pone al centro della riflessione l’interdipendenza delle parti, allarga il contesto dell’analisi alla storia e si focalizza su un processo ricorsivo. 

Dunque, quando ci si trova dinanzi a un conflitto, per non cedere a competizioni distruttive, gli unici mezzi possibili per affrontarlo sono il negoziato che implica la mediazione, cioè un’azione fatta di incontri tra le parti, al fine di prendere decisioni comuni, realizzare accordi, formulare cambiamenti. Tuttavia, ciò significa cambiare percezione e atteggiamenti, leggere la realtà nel suo complesso, inserita nella sua storia e attraverso una logica circolare. Solo così si possono raggiungere risultati integrati, che siano duraturi e sviluppino una cultura di cooperazione e di pace.

Purtroppo, in questi tempi di profondo individualismo, sfugge il nesso dei singoli elementi con la totalità, ciò che è complesso confonde, non rassicura, non consente la caccia alle streghe, indica una realtà che non è soltanto bianca o nera ma prevede scale di grigio.

Intanto, i plotoni di esecuzione mediatica, sempre più spesso in gran competizione tra loro, parcellizzano e riducono, neutralizzano paure irrazionali e deresponsabilizzano generando fratture, orientando l’opinione pubblica verso le differenze che dividono piuttosto che verso le assonanze che uniscono. 

E dunque, in questi tempi così tristi, è bene trovare la strada dei grandi pensieri che aprono la nostra mente al “domandare”:

“Il cielo era stellato, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva se sotto un cielo così potessero vivere uomini senza pace.” (Fëdor Dostoevskij)