Lo sbarco selettivo e la crisi che non esiste

di Laura Perna

È avvenuto a Catania, dalla sera del 5 novembre e nei giorni a seguire, quello che è stato definito “lo sbarco selettivo”.

Nello specifico, nonostante un primo limite informale posto alle navi delle Ong rispetto all’accesso ai porti italiani, il decreto approvato dal governo Meloni impedisce lo sbarco dei migranti salvati nel Mediterraneo e attraccati al porto di Catania con la nave Humanity One.  E questo, nonostante le pretese dei ministri – palesemente in contrasto con quanto previsto dal diritto internazionale – di imporre alla nave di allontanarsi dalle coste italiane dopo aver valutato lo stato di emergenza di donne incinte, minorenni e malati.

Il decreto trova il suo fondamento giuridico nell’art.1 c.2 del decreto-legge 130/2020 secondo cui il ministro dell’Interno gode del potere di bloccare il passaggio delle navi nel mare territoriale (ex articolo 83 del Codice della Navigazione italiano in materia di ordine e sicurezza pubblica). Scelta discutibile, posto che non sia chiaro in che modo e in che misura dei migranti, di norma in condizioni di vulnerabilità, possano minare la sicurezza nazionale.

Dunque, mentre al largo delle coste siciliane sostavano quattro navi di Ong con a bordo migranti, la Humanity One, la Geo Barents di Medici Senza Frontiere, la Ocean Viking e la Rise Above, rispettivamente con 179, 572, 234 e 90 persone, il nuovo governo mostrava la chiara intenzione di ripristinare la politica dei porti chiusi, già promossa quando Matteo Salvini era ministro dell’Interno e Giuseppe Conte presidente del Consiglio.

Il governo ha dato indicazioni per far scendere dalle navi esclusivamente le “persone vulnerabili”: 144 fragili sono stati individuati a bordo della Humanity One, mentre alle 214 persone a bordo della Geo Barents è stato negato lo sbarco, nonostante le condizioni generiche fisiche e psicologiche fossero particolarmente precarie.

Solo dopo giorni di trattative è stato permesso a tutti i migranti lo sbarco sul territorio italiano, così che questi potessero procedere a compilare le richieste di protezione internazionale, giuridicamente riconosciute e tutelate da numerose Convenzioni internazionali sul diritto dei migranti e dei rifugiati.

In realtà, la crisi dei migranti in Italia non esiste. Infatti, secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, il 23 marzo, a poco più di un mese dallo scoppio della guerra, erano giunti in Italia 63.104[1] profughi ucraini; se il Belpaese avesse effettivamente vissuto una condizione di emergenza nella gestione degli arrivi a causa degli afflussi numericamente significativi, permettere l’ingresso e l’inserimento in Italia a così tanti rifugiati, sarebbe stato impossibile da un punto di vista pratico.

Inoltre, a fronte di numerose politiche particolarmente stringenti verso la persona straniera, come il Decreto flussi del 2021 che permetteva l’accesso a soli 69.700 migranti, molti imprenditori lamentano la mancanza di manodopera.

Stando alle statistiche, a seguito della crisi pandemica, la condizione di elevata instabilità in cui versavano gli stranieri in Italia, ha fatto sì che molti di questi preferissero spostarsi in altri territori o, addirittura, tornare nel paese d’origine. Se si considera anche la politica di restrizione agli ingressi, la conseguenza è stata che settori come l’edilizia e la ristorazione – per citarne solo alcuni – hanno dovuto far fronte a situazioni di scarsità di personale. In Veneto, per esempio, gli arrivi permessi dal governo non soddisfano la domanda di forza lavoro dei settori produttivi.

Inoltre, le restrizioni imposte dal decreto sicurezza, piuttosto che rispondere alle necessità per cui erano state poste in essere, cioè eliminazione o riduzione degli arrivi irregolari, non hanno fatto altro che incrementare il fenomeno a causa dell’eccessivo aumento dei dinieghi alle richieste d’asilo. Ne deriva che l’unico effetto reale del decreto è stato che i migranti “regolari” sono diminuiti, ma la percentuale di “irregolari” è cresciuta in maniera esponenziale.

Dovrebbe far riflettere la contraddizione che si rileva quando si parla di flussi migratori. Per definizione, il migrante è colui che si sposta verso nuove sedi e, mentre si tende a respingere l’arrivo di stranieri che si spostano dai paesi d’origine per raggiungere il territorio italiano, i numeri degli italiani che emigrano verso nuovi territori cresce ogni anno sempre di più. Ad oggi gli italiani all’estero sono 5,8 milioni; gli stranieri residenti in Italia sono 5,2 milioni.

L’emigrazione è un carattere distintivo della storia della popolazione italiana: si conta che dal 1861 circa 31 milioni di persone abbiano lasciato l’Italia alla ricerca di nuove prospettive e 19 milioni di questi non sono tornati. In particolare, dal 2006 gli iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero sono passati da poco più di tre milioni a quasi sei, soprattutto donne, a causa delle disparità di genere caratterizzanti principalmente il sud.

Sebbene siano varie le ragioni che hanno portato e portano tutt’oggi gli italiani ad emigrare, negli ultimi decenni la motivazione principale è stata la ricerca di una sistemazione lavorativa soddisfacente, in grado di garantire le opportunità che troppo spesso in Italia, soprattutto ai giovani, sono precluse.

In questo quadro, non regge il luogo comune per cui “gli immigrati rubano il lavoro agli italiani”: la “Carta blue Ue” è un permesso di soggiorno introdotto nel 2012, previsto per i lavoratori provenienti da paesi extra-Ue altamente qualificati. Questa permetterebbe ai migranti con un titolo di istruzione superiore o con una qualifica professionale riconosciuta in Italia, di accedere a lavori che differiscono da quelli solitamente svolti dai rifugiati. Tuttavia, sebbene bisognerebbe procedere a semplificare le procedure di acquisizione del titolo di soggiorno, l’Italia tende a non concedere la Carta blue UE, inoltre dal 2013 al 2020 solo l’1% degli immigrati sono entrati come persone “altamente qualificate”. Ne deriva che le difficoltà riscontrate dagli italiani vanno ricercate nelle incongruenze proprie del mercato del lavoro piuttosto che nella presenza dei migranti.

La dicotomia tra rifugiato, quale pericolo per la stabilità interna dello Stato, e italiano che emigra, quale coraggioso intenzionato a costruirsi un futuro migliore appare fuorviante rispetto ai contesti di forte instabilità, alle guerre, ai regimi dittatoriali e alle violazioni dei diritti umani che rendono la fuga dei migranti una necessità anziché una scelta. Sono piuttosto l’azione dei governi, la strumentalizzazione delle circostanze e della legge rispetto agli interessi del momento e le fragilità insite nel mercato del lavoro a determinare gli scenari di crisi che caratterizzano il sistema italiano.


[1] https://www.interno.gov.it/it/notizie/sono-65350-i-profughi-giunti-finora-italia-dallucraina#:~:text=Ad%20oggi%20sono%20arrivati%20in,%2C%20Milano%2C%20Napoli%20e%20Bologna.