LO SPETTACOLO È FINITO

Un argomento contro il boicottaggio culturale della Russia[1]

Di Elisabeth Braw[2]

Di Ugo Marani

Il 23 febbraio, il celebre direttore d’orchestra russo Valery Gergiev aveva un calendario che, come ogni anno, era pieno di concerti di alto profilo. Pochi giorni dopo, la sua carriera si è sgretolata: i teatri hanno cancellato le sue esibizioni, è stato costretto a dimettersi da direttore principale della Filarmonica di Monaco, da presidente onorario del Festival Internazionale di Edimburgo e il suo management lo ha abbandonato.

Gergiev, che è da tempo un sostenitore pubblico di Vladimir Putin, non aveva risposto alla richiesta delle organizzazioni di denunciare l’invasione della Russia in Ucraina. Anche il connazionale di Gergiev, Denis Matsuev, un concertista di fama mondiale, rischia di essere rimosso dai palchi del mondo. Al Bolshoi Ballet di Mosca è stato cancellato l’invito della Royal Opera House di Londra. Insomma, la geopolitica ha catturato l’augusto mondo della musica classica.


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[2] Elisabeth Braw è Fellow dell’American Enterprise Institute (AEI). È anche editorialista di Foreign Policy, dove scrive di sicurezza nazionale e di economia globalizzata. Scrive per il Financial Times, il Frankfurter Allgemeine Zeitung e il Wall Street Journal. È anche autrice di ‘God’s Spies’, sulla Stasi (Eerdmans, 2019) e di ‘The Defender’s Dilemma’ (di prossima pubblicazione).

Tuttavia, dovremmo pensarci due volte prima di chiedere la rimozione collettiva dei russi. Da quando esistono, gli Stati nazionali hanno discusso, litigato e, a intermittenza, combattuto guerre. I musicisti, da parte loro, hanno costantemente trasceso i confini, esibendosi e vivendo in altri Paesi, facendo musica con colleghi stranieri ed eseguendo opere di musicisti stranieri.

Anche durante la guerra fredda, musicisti ed ensemble del Patto di Varsavia si esibirono in Occidente e viceversa. Il tenore della Germania dell’Est, Peter Schreier, ad esempio, è stato per molti anni l’Evangelista più richiesto al mondo nella Passione di Matteo di Johann Sebastian Bach.

Quando Putin, andando incontro alla condanna internazionale, ha annesso la Crimea nel 2014, i musicisti russi – anche quelli che, come Gergiev, hanno sostenuto l’annessione – sono stati accolti all’estero. Hanno affrontato enormi critiche, ma le sale da concerto e i teatri d’opera hanno deciso che gli artisti non dovessero essere espulsi a causa delle loro opinioni politiche.

Ora a Gergiev è stato cancellato l’invito a dirigere i prossimi concerti alla Carnegie Hall di New York. Tra il 25 e il 27 febbraio, il direttore moscovita di origine osseta avrebbe dovuto guidare la Filarmonica di Vienna in tre concerti con il pianista russo Denis Matsuev quale solista. Ma, poiché entrambi hanno legami con Putin e non hanno denunciato l’invasione russa dell’Ucraina prima della scadenza fissata dalle rispettive organizzazioni, sono stati messi alla porta. A Gergiev è stato anche cancellato l’invito a dirigere i restanti concerti dell’Orchestra Filarmonica di Vienna negli Stati Uniti. Anche la Scala di Milano, dove Gergiev sta attualmente dirigendo la Dama di Picche di Piotr Tchaikovsky, ha annunciato che sarà cacciato a meno che egli non condanni l’invasione della Russia in Ucraina. La Filarmonica di Monaco, dove Gergiev è direttore principale, ha emesso un ultimatum e l’Orchestra Filarmonica di Rotterdam ha annunciato che cancellerà la presenza di Gergiev, prevista al Festival di settembre. La Royal Opera House del Covent Garden di Londra, a sua volta, ha cancellato una visita prevista del Bolshoi Ballet, e al Royal Moscow Ballet è stato annullato l’invito della Dublin City University.

Io sono uno dei molti analisti della sicurezza nazionale a sostenere che la punizione della Russia per l’invasione dell’Ucraina, debba includere sanzioni economiche, chiusura degli spazi aerei ai voli russi, divieto di prendere parte alle competizioni sportive internazionali e sospensione della partecipazione russa all’Eurovision Song Contest. Il motivo è che, in queste competizioni, i concorrenti fungono da ambasciatori dei loro paesi.

La stragrande maggioranza degli artisti, tuttavia, rappresenta solo se stessa e, come ogni cittadino comune, molti di essi hanno opinioni politiche e alcuni le esprimono. Gergiev e Matsuev hanno pubblicamente e ripetutamente sostenuto Putin; per Gergiev, il finanziamento del governo russo è stato determinante nella spettacolare rinascita del Teatro Marinsky di San Pietroburgo.

 È pur vero che, continuare a dar loro una piattaforma in Occidente, può apparire come se le Orchestre occidentali non stiano facendo la loro parte per punire la Russia, però, nel momento in cui un’organizzazione artistica inizia a bandire i musicisti per motivi politici, ci si trova di fronte a un dilemma irrisolvibile.

Oggi, questo significa anche decidere cosa fare degli artisti russi che dicono pubblicamente di amare il loro Paese, ma non hanno espresso né sostegno né condanna a Putin. Kirill Petrenko, direttore principale della Filarmonica di Berlino, ha rapidamente denunciato l’invasione dell’Ucraina, tuttavia, nelle prime 48 ore di guerra, la maggior parte degli altri musicisti russi di spicco non ha detto nulla.

Allo stesso modo, come bisognerebbe trattare gli artisti cinesi che non condannano la persecuzione degli Uiguri da parte del loro Governo? E Gustavo Dudamel, il direttore della famosa Orchestra Sinfonica Simon Bolivar del Venezuela, avrebbe dovuto essere bandito dai palchi dei concerti nel momento in cui Hugo Chavez è diventato un leader dittatoriale? E che dire del celebre soprano russo Anna Netrebko, che nel 2014 ha espresso sostegno alla autodichiarata Repubblica indipendente di Donetsk e ha fatto una donazione al suo teatro dell’Opera? Al momento in cui scrivo non è stata esclusa da nessun palco, ma il giorno dopo l’invasione si è ritirata da un concerto in Danimarca. Ha poi invitato la Russia a porre fine alla guerra, ma ha anche pubblicato una sua foto mano per mano con Gergiev.

Un altro aspetto pratico, poi, riguarda la possibilità che sale da concerto e teatri d’Opera potranno escludere ulteriori interpreti politicamente problematici.

La Russia è una delle superpotenze della musica classica e i teatri d’Opera e le sale da concerto presentano una pletora di fenomenali musicisti russi. Se ogni artista russo che non condanna le azioni della Russia dovesse diventare persona non grata, le arti ne soffrirebbero.

Certo, le orchestre troverebbero direttori e solisti sostitutivi, ma certamente di minor calibro. Inoltre, se i teatri d’Opera e le sale da concerto occidentali escludessero più di un paio di artisti russi, è praticamente garantito che la Russia ricambierebbe.

Fino alla sua morte nel 1975, il compositore sovietico Dmitri Shostakovich ha avuto un rapporto instabile con il Cremlino. A volte propendeva per l’opposizione, in altri periodi era un compositore sovietico ufficiale, tuttavia era sempre il benvenuto in Occidente. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Herbert von Karajan – che aveva aderito al partito nazista non una ma due volte – fu celebrato sui palchi occidentali.

I cantanti d’opera sovietici e della Germania dell’Est erano visitatori regolari in Occidente, anche se alcuni di essi non erano solo comunisti pro forma ma impegnati. Nel 1958, un ventitreenne del Texas di nome Van Cliburn vinse il primo Concorso Tchaikovsky dell’Unione Sovietica. I palchi dei concerti hanno sopportato molti artisti politicamente ripugnanti e geopoliticamente scomodi, per non parlare di molti personalmente detestabili.

Sostenere un’invasione di un paese pacifico, certamente oltrepassa la linea di opinioni accettabili. Però, se le opinioni politiche non gradite diventano il criterio per giudicare gli artisti, rischiamo di seguire la strada di Joseph McCarthy. Ci troveremo di fronte a un declino della qualità musicale sui nostri palchi e affronteremo una “guerra fredda culturale” che siamo riusciti a evitare anche durante la guerra fredda.