L’Ukcraina ed il pensiero scorretto

di Dario Raffone

Credo di appartenere a quella massa di connazionali che, prima del 24 febbraio u.s., conoscesse dell’Ukraina solo il disastro di Cernobyl e il fatto che ci inviasse tante preziose badanti per la nostra geriatrica società.

Oggi abbiamo sul campo una folla di giornalisti e di commentatori che ci mostrano i drammi, le distruzioni, il dolore quotidiano di tanta povera gente (che poi è sempre quella della famosa Ninna Nanna di Trilussa) ma che, in realtà, non ci fanno capire molto di questa aggressione russa e delle ragioni ad essa sottese.

La stessa presenza di voci autorevoli, come quella di Lucio Caracciolo, conferma, per contrapposizione, questa affermazione. La pacatezza e l’obiettività delle sue analisi infastidiscono spesso interlocutori più “schierati” e meno riflessivi.

È evidente che la questione è connessa al grado di alfabetizzazione geopolitica del nostro Paese in cui, da decenni ormai, l’insegnamento della geografia è sostanzialmente bandito dalla scuola. Eppure una maggiore confidenza con l’atlante e con le posture politico-militari della Russia e dei Paesi posti al suo confine occidentale, ci consentirebbe di comprendere le ragioni di questa guerra.

Di comprendere e non di giustificare le sue modalità di conduzione, sostanzialmente terroristiche in quanto rivolte prevalentemente verso obiettivi civili, come gli orrori di questi giorni ci mostrano.

Questa italica consolidata ablazione di ogni interesse ai temi della geopolitica è connessa non solo alla cronica cialtroneria delle nostre classi dirigenti (intese in senso allargato e non solo politico) ed alla conseguente modestia culturale dell’opinione pubblica nazionale, ma anche al fatto che, essendo l’Italia un paese a sovranità limitata, non è necessario avere una politica estera che sia il frutto di un allargato dibattito democratico.

Oggi più che mai, dopo alcuni patetici tentativi privi di ogni fondamento, come il memorandum sulle vie della seta di precedenti governi, siamo tornati precipitosamente (e non senza fondati motivi) sotto l’ombrello americano. Curiosamente con gli stessi personaggi ad incarnare questa ciclopica antitesi.

I Paesi dell’Unione Europea, su mandato degli USA che non intendono più sobbarcarsi la tutela dei loro interessi soltanto a loro spese, si stanno riarmando con un’efficienza sconosciuta in altri settori. Non un esercito comune, ma 27 eserciti la cui sinergia costituirà più di un problema. Però non vi è alternativa a tale difficoltà, perché l’Unione Europea non è una nazione singola e ogni diverso intendimento è destinato scontati fallimenti.  Si spende e si spenderà, complessivamente, 3/4 volte più di quanto spende la Russia per il suo esercito ma si rimarrà, sotto tale aspetto, tutti dei nani, anche in relazione ad altri Paesi Nato, in primis Turchia e Gran Bretagna.

La guerra in corso necessita di analisi nuove, di ripensamenti anche scomodi rispetto ad una narrazione, quella neoliberista, ancora dominante.  Ritorna il tema, molto vituperato, della sovranità e dei confini. Tema sottovalutato dopo decenni di attenzione solo agli “spazi” indeterminati della globalizzazione, per definizione insofferente rispetto a limiti e specificità nazionali. 

Oggi il quadro sta evolvendo rapidamente. La guerra fredda era un sistema di equilibrio geopolitico, una linea rossa che delimitava confini chiari. La fine di tale sistema ha generato, insieme alla competizione globale senza limiti, uno stato di incertezza sistemica, di disequilibrio dalle conseguenze pericolose ed imprevedibili. Bisognerebbe ripensare, in fondo, questioni generali, attinenti ad un modo nuovo di garantire sia la pace e sia un sistema globale meno diseguale, meno ingiusto.

Un “vaste programme” avrebbe detto il disincantato Generale de Gaulle.