Meglio morire in piedi?

Di Andrea Minervini

Il mondo, come lo conosciamo, non è in pace e questa affermazione non è dettata dai soli, drammatici eventi che hanno luogo dal 24 febbraio scorso sulla terra ucraina.

Tuttavia, la guerra di vecchio stampo che il Cremlino ha riportato in Europa è stata, metaforicamente parlando, un pugno dritto allo stomaco delle popolazioni occidentali, che ha inflitto grande dolore ma ha anche aperto molti occhi.

 La guerra imperversa da anni in molti stati dell’Africa Centrale come nel Congo e nell’Africa del Nord, terribili colpi di coda delle “primavere arabe” ancora oggi scuotono la Libia e la Siria. È importante non dimenticare le sanguinose guerre civili in Yemen e Somalia unitamente ai conflitti congelati (e forse, purtroppo, in via di disgelo) nel Caucaso e ancora: le tensioni in Asia Centrale, le precarie condizioni di alcuni stati del Sudamerica, come Venezuela, Messico (in lotta con il narcotraffico) e Salvador, l’ombra del dragone cinese che si avvicina minacciosa ed inesorabile alla piccola Taiwan e, per concludere questa macabra e realistica lista, le sanguinose proteste anti governative in Iran.

In un clima così teso, tra vecchie e nuove minacce alla pace e alla sicurezza mondiale, giunge quella che dovrebbe essere una delle più grandi manifestazioni sportive del globo: il torneo mondiale di calcio. Disputato quest’anno nella desertica e ricca Nazione del Qatar, tra le altissime e proibitive temperature del deserto e le non poche critiche mosse alle incoerenze latenti, soprattutto per ciò che un torneo mondiale dovrebbe anche rappresentare e alcune restrizioni e ambiguità che la Nazione ospite ha imposto ai partecipanti tutti, giocatori e tifosi.

Tra le più dibattute spicca il divieto di indossare e lasciar sventolare le bandiere arcobaleno della comunità LGBTQ+ a seguito delle pesanti dichiarazioni rilasciate alla tv tedesca proprio dall’Ambasciatore dei mondiali qatariota, che definiva l’omosessualità una cosa proibita nonché una malattia.

Il mondiale di calcio, dunque, sembrerebbe aver avuto inizio in un clima tutt’altro che festoso. Questo è aggravato anche da tante delicate situazioni internazionali, che stanno lentamente iniziando a riflettersi anche tra i campi di questa grande manifestazione sportiva.

I casi più emblematici hanno riguardato la squadra dell’Inghilterra e dell’Iran. I primi si sono inginocchiati, con l’avallo del governo inglese stesso, per protestare a favore del rispetto dei diritti civili da parte della nazione ospite, un gesto forte che ha attirato lo sguardo di molti sulla questione, seguendo la stessa modalità del movimento Black Lives Matter.

Nella stessa partita, ad entrare nel novero dei gesti degni di nota e di protesta, il silenzio della nazionale di calcio iraniana durante l’inno nazionale. Una protesta che sta rimbalzando tra gli atleti iraniani ad ogni livello per manifestare dissenso nei confronti del governo di Teheran. In particolare, quest’ultimo, sta reprimendo nel sangue e nella violenza l’onda di proteste giovanili e non, che l’uccisione dell’oramai simbolo e miccia della ribellione, la ventiduenne Mahsa Amini, ha scatenato. Sebbene queste simboliche manifestazioni di dissenso, ad ogni livello, siano importanti, viene però da chiedersi se il valore di queste sia di egual misura, minore o maggiore rispetto al sacrificio che tanti, per gli stessi motivi, compiono.

Stringendo la nostra lente sul solo caso iraniano, alcune considerazioni risultano essere d’obbligo. Le proteste in Iran non si sono mai fermate dalla morte della giovane Mahsa Amini, molti altri giovani ma anche adulti, hanno perso la vita sotto le manganellate, gli spari e le punizioni inflitte dalla polizia iraniana e dalle Guardie della Rivoluzione, lottando per le strade, nelle scuole e anche nelle fermate della metro. Uno scontro che, in un certo senso, vede ancora una volta il vecchio e il nuovo mondo opporsi ferocemente, e notoriamente non vi è modo per i due di convivere pacificamente una volta che la lotta ha inizio.

Sebbene questi eventi siano di grandissima importanza, l’interesse internazionale per la questione non sta avendo il rilievo che dovrebbe (soprattutto riguardo a pratiche ed effettive prese di posizione da parte degli attori “democratici”) e, salvo eventi particolarmente cruenti o significativi, le proteste non occupano più le prime pagine dei giornali.

Altro discorso, però, va applicato alle proteste simboliche di atleti e atlete nonché di personaggi famosi del mondo iraniano nei confronti del proprio governo. Le immagini di atlete che gareggiano prive di hijab, che lo rimuovono sul podio, i giocatori che non cantano l’inno nazionale e star della tv che fanno dichiarazioni contro il regime, godono immediatamente di risalto giornalistico internazionale. Questo è un bene, va specificato, ma viene anche da chiedersi se la protesta di chi muore in piedi, combattendo per i suoi diritti e per la sua libertà, abbia ancora lo stesso valore e la stessa eco di chi, per una giusta causa, vive la sua vita inginocchiandosi, in segno di rispetto per le lotte di altri, anche connazionali.

Forse è azzardato porre i due tipi di protesta su uno stesso piano, del resto non sarebbe possibile che per una causa reputata ampiamente giusta, schiere di uomini e donne si immolino come moderni Byron. Forse i due tipi di dissenso e di protesta vivono simbioticamente l’uno dell’altro ma, nella società contemporanea, i fatti valgono ancora più delle parole? I “simboli” valgono più del loro stesso significato? L’attenzione anche verso eventi così terribili, da parte dell’opinione pubblica, è ancora alta e colorata come un tempo?