Napoli e “mezzo Keynes”

di Ugo Marani

Siamo sicuri che se Keynes avesse conosciuto la Napoli di oggi, avrebbe sicuramente meglio articolato la sua teoria sulla spesa pubblica. L’economista britannico, tra la fine degli anni Venti e l’inizio del decennio successivo, fu coinvolto in una dura polemica con il Ministero del Tesoro circa il ruolo che avrebbe espletato un aumento dei lavori pubblici: espansivo e creatore di reddito per Keynes, distorsivo e improduttivo per i suoi avversari. La sua pervicacia fu tale da arrivare ad una provocazione, dopo di allora sempre distorta nel suo corretto significato: la spesa pubblica sarebbe produttiva pur se dovesse essere destinata a “scavar buche e poi riempirle”.

Apriti cielo! Per oltre settant’anni gli strali dell’ortodossia si sono abbattuti sull’enunciazione di un simile spreco. Ma era, si sa, una provocazione…

La Napoli di oggi sarebbe accorsa in aiuto dell’economista anglosassone: l’esistenza di un tessuto diffuso di buche in città, dai quartieri della buona borghesia a quelli più popolari e proletari, avrebbe consentito a Keynes di articolare meglio la sua proposta, separando i lavori pubblici a seconda dello stato della zona in cui si sarebbe dovuto intervenire.

Ma il nostro eroe, tra una conversazione a Gordon Square con Virginia Woolf e un seminario a Cambridge, non avrebbe potuto mai immaginare, un secolo addietro, che cento anni dopo vi sarebbero state, al centro dell’Europa, strade dissestate come Via Marina o come quelle di Bagnoli.

Dunque, ripresa economica scavando buche per poi riempirle.

Il disfacimento di Napoli, paradossalmente però, gli avrebbe dato una mano a fare accogliere le sue teorie: da noi basterebbe solo “mezzo Keynes”; ovvero solo la seconda parte della sua teoria, il riempimento delle buche che decenni di incuria hanno generato. Quelle ci sono già. Vuoi mettere: con i tempi che corrono, un “mezzo Keynes” … meno dispendioso per le disastrate casse del Comune.