Nemico giusto… ergo guerra giusta?

di Dario Raffone

Chi, come me, ha avuto modo di studiare, in epoca ormai paleolitica, il diritto internazionale, ricorderà la sua ragionevolezza, oserei dire la sua eleganza concettuale, derivante dal consolidato insieme di principi convenzionali ma più spesso consuetudinari, maturati nel corso dei secoli.

La modernità, quella che noi pensiamo oggi di vivere, nasce in Europa, anche per quanto riguarda il diritto, nel Seicento, secolo in cui cambiano quei paradigmi filosofici, religiosi e scientifici che avevano dominato per tutti i secoli precedenti.

Nell’ambito del discorso del diritto e segnatamente di quello internazionale, si abbandona, in quel torno di tempo, il retaggio dell’età di mezzo della guerra giusta, fondamentalmente connesso, prima al confronto con il mondo islamico e poi alle lotte fra le varie confessioni derivate dalla riforma luterana.

La guerra giusta tendeva all’annientamento, alla distruzione del nemico. A determinate condizioni, la “guerra” era giusta e tutto era possibile contro il nemico “ingiusto”.

Il diritto internazionale dei secoli successivi presenta e mette in forma, a partire dalla pace di Westfalia del 1648 che pone fine alle guerre di religione, la novità degli Stati sovrani, che si riconoscono reciprocamente, anche nelle guerre che hanno continuato a farsi come “nemici giusti”.

È il concetto di guerra a mutare, con la fine anche di ogni pretesa escatologica al riguardo. Se il nemico è “giusto”, la guerra non è mai “giusta”, non mira ad imporre alcun Dio, astrale o terrestre, non tende alla distruzione dell’avversario ma solo a miglioramenti economici e territoriali da concretizzarsi poi in Trattati di pace, che ristabiliscono equilibri, sia pure diversi dai precedenti. 

Tutto ciò avveniva anche perché erano chiari i termini territoriali anche sul mare, in relazione al quale, venivano fissate “linee di amicizia” delimitanti gli spazi esclusi dall’agone bellico.

Ed era la sovranità, nella sua integrale portata giuridica e politica, a garantire tale esito.

Quanto precede appartiene al passato.

Il Novecento ci ha introdotto nuovamente nello scenario della “guerra giusta”, aiutato dal trionfo della tecnica, col non secondario veicolo della follia criminale nazista. Tecnica che ci consegna strumenti di aggressione un tempo impensabili, sino a quelli di distruzione definitiva dell’umanità.

In questo scenario la guerra si declina per motivi nobili, umanitari.

Tutto ciò evidentemente non può prescindere da una “giusta” ragione di guerra. In tale ritorno di medioevale memoria, la guerra diventa operazione di peacekeeping, si offuscano i temi reali dello scontro e si annega nella retorica dei diritti umani.

La geopolitica è scienza seria, forse troppo priva di quel dato di empatia che pure è necessario perché l’uomo si svegli dal suo torpore acritico. Ma sembra evidente che la tecnica e gli assetti economici dominati dalla stessa, determinino gli scenari su cui l’umanità si deve oggi misurare.

Il vecchio diritto internazionale, quello degli spazi certi, delle sovranità statali definite e del nemico “giusto”, cede il passo al diritto commerciale degli scambi e del dominio economico. Il diritto dell’economia non conosce confini al suo espandersi e si presenta col passo felpato del soft power, con il politically correct della cultura a basso costo veicolata dai c.d. Big Data. Un diritto insofferente di qualsiasi limitazione territoriale, di qualsivoglia sovranità.

Di fronte a scenari terribili, come quelli in cui oggi siamo immersi, dovremmo ricordare che a generare questi orrori è la trasformazione della guerra in qualcosa che è irreversibile quanto alle sue conseguenze, perché trasforma indelebilmente la struttura economica e politica del vinto.

È la criminalizzazione del nemico che determina i crimini di guerra e che genera la violenza anche di chi si sente assediato, a torto o a ragione.

Senza volere e potere in alcun modo giustificare l’aggressione in corso in Ucraina, forse dovremmo ricordare ciò che l’ha preceduta.  

Magari, anche solo per non distrarci e perdere tempo con improvvide affermazioni su condizionatori d’aria e quant’altro.