Omosessualità e omofobia: non siamo tutti uguali

Di Laura Perna

Quante volte, forse anche impropriamente, abbiamo sentito o utilizzato il termine “omofobia”?  Siamo coscienti della realtà sottostante a tale termine?

Il concetto di omofobia si rifà al timore degli eterosessuali di trovarsi a stretto contatto con persone omosessuali, nonché il disprezzo verso sé stessi da parte dei gay. Tale timore non va inteso nella sua accezione clinica, nella misura in cui l’omofobo vive sentimenti pregiudizievoli, di rabbia, odio e ostilità verso gli omosessuali e l’omosessualità; piuttosto è la paura e l’irrazionalità che costituiscono i caratteri fondanti di una fobia diagnosticata. Il comportamento omofobo si traduce, principalmente, nell’uso di violenza (verbale e fisica) e atti discriminatori contro uomini e donne gay.

L’omofobia va distinta in omofobia sociale, ossia manifestata da soggetti eterosessuali in linea con credenze e stereotipi più o meno radicati nella cultura di appartenenza; e omofobia interiorizzata, che si traduce nell’introiezione, cosciente o meno, delle suddette credenze da parte della persona omosessuale (gay o lesbica) verso sé stessa e/o verso l’altro.      

Inoltre, questo comportamento omofobo radicato nella società, si esplica anche da un punto di vista normativo, nella misura in cui le istituzioni non procedono ad implementare un sistema legislativo adeguato a garantire la tutela dei diritti civili da un lato, e la condanna degli atti discriminatori dall’altro. Infatti, in Italia si è dovuto attendere il 2016 perché le unioni civili tra persone dello stesso sesso fossero legalmente riconosciute grazie alla Legge Cirinnà, ma è ancora troppo lontana una legge, come potrebbe essere il DDL Zan, che promuova e garantisca i diritti degli omosessuali e, in generale della comunità LGBTQ+.

Tutt’oggi, sin dalle prime fasi della vita, i bambini e le bambine crescono in contesti famigliari ed istituzionali caratterizzati da un approccio etero-normativo, che si esplica in un’educazione di genere standardizzata, che considera implicita la relazione consequenziale tra il sesso biologico, l’identità e l’orientamento sessuale, nel quadro dei ruoli di genere attribuiti all’uomo e alla donna nel contesto sociale di appartenenza. Ne consegue un’interiorizzazione inconscia ed una richiesta – spesso data per scontata da parte dell’ambiente esterno – di doversi riconoscere nei canoni comportamentali e identificativi attribuiti al sesso; e ciò ancor prima che l’individuo possa sviluppare, o comunque comprendere consapevolmente, l’importanza della propria sessualità nella formazione di sé stesso e nella relazione con l’altro.

Fatta questa premessa, la radicalizzazione di questo approccio di genere rigidamente binario, tende a sfociare nell’etero-sessismo, inteso come “il sistema ideologico che rifiuta, denigra e stigmatizza ogni forma di comportamento, identità, relazione o comunità di tipo non eterosessuale” (Herek, 1996). Da ciò deriva, posta l’eterosessualità come canone della società, una difficoltà che accomuna eterosessuali e gay a porsi in termini positivi nei confronti dell’omosessualità.

L’omosessuale si trova, ad un certo punto della sua vita, a dover mettere in discussione non solo l’educazione fino a quel momento impostagli, ma anche le aspettative di ciò che dovrà essere, vivendo la contraddizione tra quella che è la propria intimità ed il desiderio di affermarsi ed essere accettato dall’altro.

L’eterosessuale, figlio del retaggio culturale di appartenenza, si sente in diritto di ignorare la discriminazione stante alla base di un sistema imposto dalla società, fino ad estremizzare la propria infondata normalità, che si concretizza in atti discriminatori volti a sottolineare una diversità in coloro che non rientrano nelle rigide norme sociali.

In un contesto culturale fallocentrico, caratterizzato da un’immagine stereotipata dell’essere uomo, sussiste la necessità di affermare la mascolinità dell’individuo. Nell’ottica della suddivisione dei ruoli sociali, risulta scontato che essere un uomo vuol dire prima di tutto non essere una donna; ma, vista l’impropria associazione etero-normativa, la costruzione dell’identità maschile implica anche il non essere attratti da altri uomini. Meno scontata appare la necessità di affermare con violenza la propria virilità e l’attrazione verso il sesso femminile, nonché il bisogno che ciò venga riconosciuto dagli altri.

Alla base dell’omofobia, dunque, risiede un’incapacità di comprendere il “diverso”, e quindi il timore che l’esistenza di una realtà differente possa minare la certezza dei propri dogmi. Pertanto, le discriminazioni omofobe possono configurarsi come uno strumento per garantirsi l’affermazione di una fragile virilità e inoltre, come difesa preventiva contro ciò che rischia di rompere un equilibrio ereditato e fortificato negli anni.

Diversa è la considerazione che si ha della donna omosessuale. La lesbofobia, sebbene sia anch’essa espressione di una società etero-normativa ed etero-sessista, si fonda ancor di più su un radicato maschilismo. Questo elemento caratterizzante l’ostilità nei confronti delle lesbiche, a differenza di quella verso i gay, appare evidente nelle manifestazioni attraverso cui si concretizza: se gli uomini subiscono violenze e soprusi pubblicamente e spesso da parte di estranei, le donne riportano di essere vittime di aggressioni in contesti privati ed in forme talvolta subdolamente velate, talvolta con esplicito sfondo sessuale.

La complessa natura della lesbofobia è facilmente compresa se al concetto di omofobia si affianca il tentativo di subordinare la figura della donna in quanto tale, in un’ottica di superiorità del sesso maschile. Questo costante sforzo dell’uomo di rivendicare il “sesso forte” viene ancor di più compromesso dal momento che la donna sfugge alla dinamica del desiderio sessuale.

Volendo analizzare il contesto in cui vivono gli omosessuali in Italia e, stando alle statistiche dell’Istat, appare che nel Belpaese il 61,3% dei cittadini compresi tra i 18 e i 74 anni ritiene che gli omosessuali siano molto discriminati; il 41,4% ritiene che non sia accettabile un insegnante omosessuale alle scuole elementari, per il 28% un medico e per il 24% un politico; il 59,1% dei sottoposti al sondaggio considera accettabile una relazione tra uomini, mentre il 59,5% accetta un rapporto tra donne; tuttavia, il 55,9% è d’accordo con l’affermazione “se gli omosessuali fossero più discreti sarebbero meglio accettati”. Dalle statistiche pare evidente che sia necessario un cambiamento, ma non è chiaro se ciò debba avvenire con un approccio bottom-up o top-down. Non è chiaro, dunque, se sia necessaria in primis una rivoluzione culturale che parta dal basso – intesa come comunità di persone indipendentemente dal sesso o dall’orientamento sessuale – e che conduca ad una maggiore apertura verso ciò che appare diverso, sviluppando negli individui  la capacità di accogliere il cambiamento ed accettare in maniera solidale anche chi non rispecchia i canoni a cui si è abituati; oppure sia preferibile un forte intervento politico ed istituzionale che funga da strumento per rieducare le masse e, soprattutto, ascolti e tenga conto delle esigenze di persone troppo spesso discriminate, i cui diritti ancora oggi non vengono tutelati.