Parce sepultis

di Ugo Leone

La foto di queste bare a Irpin vista il 9 maggio, il giorno della parata a Mosca, sembra quella di un esercito. Immobile. Immobile come i 109 carrozzini nella piazza di Leopoli. Quelli vuoti di bambini, queste piene di morti. Entrambi senza vite. E qui l’immaginazione ha poco da fantasticare: sono vuoti quei passeggini per lo stesso motivo per cui sono piene queste bare. Quando lasciai lavorare l’immaginazione scrivendone il 21 aprile (Silenzio), sognai 109 bambini che correvano verso i loro passeggini lasciati momentaneamente vuoti. Ma queste bare, chi mai le vorrà svuotare di sé per andare poi di nuovo a riempirle? E allora sì. Penso e mi torna in mente Virgilio e la sua Eneide (III, 41) e lo spirito di Polidoro che si rivolge ad Enea: “Parce sepulto” e allora Enea (nella traduzione di Annibal Caro) ci racconta che “Concordemente, abbandoniam quest’empia E scelerata terra; andiam lontano Da questo infame e traditor ospizio; Rimettiamoci nel mare. Indi l’essequie Di Polidoro a celebrar ne demmo; E, composto di terra un alto cumulo, Gli altar vi consacrammo a i numi infermi, Che di cerule bende e di funesti Cipressi eran coverti.”

Ed io, guardando quelle bare, che posso aggiungere? “Parce sepultis”