Prescritto? No…improcedibile

di Clara Paglionico

La riforma Cartabia del processo penale, nella parte già operativa concernente in particolare l’improcedibilità del giudizio di impugnazione, è ispirata, in maniera del resto esplicita, ad un preciso obiettivo: l’efficienza. A leggere bene, tuttavia, la riforma su tale specifico tema ha radici più profonde, di natura culturale e quindi politica. La disciplina della improcedibilità nei giudizi di impugnazione non è solo questione nominalistica. Si potrebbe dire che anche prima della Riforma si registravano innumerevoli dichiarazioni di estinzione dei reati per prescrizione. Ebbene, l’improcedibilità è molto di più.

L’estinzione per prescrizione, in qualche modo fissa una verità storica: lo Stato rinuncia alla punizione perché ha esposto il cittadino ad un tempo processuale sproporzionato rispetto al concreto interesse della società a punirlo. Ma la sentenza che dichiara la prescrizione presuppone che non ci siano motivi per assolvere. Dunque, almeno una verità viene in qualche modo offerta alla storia, sia quella con la lettera minuscola, la storia dei singoli, colpevoli o vittime che siano, sia quella con la lettera maiuscola, la Storia di una intera società.

Con la improcedibilità, invece, lo Stato rinuncia a fare la Storia: non ci interessa, siamo fuori tempo massimo. Basta processi. Il cittadino ha diritto di uscire dal processo, colpevole o innocente che sia. È la definitiva affermazione della assoluta priorità della libertà individuale, intesa, in questo caso, come possibilità di rimettersi in gioco sempre e a prescindere, a prescindere anche dalle proprie colpe verso la società. La collettività cede il passo di fronte all’interesse individuale.

A ben vedere, il processo penale ha totalmente perso la sua sacralità, se mai ne abbia avuta una. In primo grado il processo dibattimentale assume spesso i connotati di un’arena di fuoco la cui gestione, per i giudici, è faticosissima, estenuante, sfibrante. Scrivere una sentenza è spesso un’impresa epica dove si mette tutto: cuore, testa, tempo, salute. Oggi, un Giudice che affronta l’arena del dibattimento penale e che fa il doveroso sforzo di scrivere una sentenza non solo giusta, ma anche processualmente e letterariamente curata, sa che il futuro del suo lavoro, della sua fatica, non è solo la possibilità di una riforma, ma anche il nulla. Come dire: non ha nessuna importanza tutto ciò che da questo processo, che è costato tanta fatica, è emerso, perché siamo arrivati fuori tempo massimo. Il sentire comune sotteso a tale scelta mi appare evidente: la vita si misura con il tempo e il tempo non va sprecato. La società ha bisogno di ritmi serrati e per tutto ciò che dipende dall’uomo, dobbiamo assicurarci certezze in nome di una vita produttiva e positiva che non può fermarsi, per nessuna ragione.

Siamo al consequenziale “dunque”: nella cultura occidentale non sentiamo più come una priorità l’esigenza di sanzionare i colpevoli per qualunque illecito. E anche la finalità educativa della pena non è poi così importante o almeno, non lo è sempre. Il concetto di illegalità assume, di conseguenza, contorni sempre più elastici e indefiniti. Allora, perché non escludere semplicemente dall’area penale la gran parte degli illeciti, per esempio i reati colposi? Perché non aspettare che tutta la riforma del processo penale, decisamente orientata verso uno snellimento e verso una più moderna concezione della pena, entrasse in vigore prima di far partire la disciplina della improcedibilità? E perché, soprattutto, non si è fatto ricorso ad una semplice e onesta amnistia? Perché mortificare il lavoro dei magistrati, banalizzarlo, renderlo un “servizio” dovuto e blindato da regole rigidissime e tuttavia potenzialmente inutile? Che senso ha? Perché rendere il procedimento penale una scommessa, una sfida fra il cittadino e lo Stato “a chi fa prima”? Perché rendere il rapporto fra il cittadino e lo Stato così poco dignitoso, così poco valoriale?

Credo che una delle possibili ragioni di fondo sia il notevole valore economico del processo: la vera punizione è oggi, in gran parte dei casi, solo il processo in sé, il suo costo per chi lo deve sostenere. È nel processo che si realizza la social-prevenzione. E a volte, neppure, grazie al Gratuito Patrocinio. Il procedimento penale oggi offre innumerevoli vie di uscita. Il carcere è riservato a poche categorie: quelli che hanno commesso reati che ricadono nelle residue aree sensibili (mafia, terrorismo, omicidi, reati sessuali, droga) oppure i recidivi di piccoli reati, i poveri disgraziati che vivono ai margini della società. Ma non possiamo rinunciare ai processi penali, anche ai più inutili, anche a quelli chiaramente destinati alla improcedibilità, perché intorno al processo penale si muove una gigantesca economia. Da giudice del dibattimento penale mi sono spesso sentita ruota di un meccanismo la cui produzione non è più storia, non è necessariamente più verità, ma soprattutto soldi. E poi basta.