Resilienza

di Ugo Leone

Guardo questi tre bambini dietro il vetro del finestrino del treno che li porta da Kharkiv a Leopoli, per sfuggire dal bombardamento russo dell’Ucraina. Sono Vlada, Katrin e Danilo.

Provo a immaginare che cosa vedono e soprattutto che cosa pensano. Vedono la loro terra che se ne va, la neve con la quale non potranno fare palle per giocare. Pensano che forse, quando tutto sarà finito, ritorneranno e sarà come prima.

I grandi questa la chiamano resilienza, ma sanno che tutto non sarà come prima. I bambini non sanno come chiamarla, ma ci sperano.

Provo anch’io a immaginare. E penso anch’io. Penso che questo non è un mondo per bambini. 

Vlada, Katrin e Danilo, con il loro bagaglio di pupazzi, non lo sanno che un mese fa in Marocco un bambino di cinque anni è morto per la caduta in un pozzo di 32 metri profondo; non lo sanno che qualche giorno dopo in Siria due bambine sono morte di freddo; non lo sanno che in Afghanistan si vendono bambine per fare un po’ di soldi per pagare debiti e cibo. Un padre si lamentava perché una figlia bambina, che avrebbe venduto per 6500 dollari, si era rotta una gamba in seguito ad un terremoto e nessuno più la voleva.

No. Questo non è un mondo per bambini.

Ma se non è un mondo per bambini che sono la base perlomeno numerica della piramide demografica di una generazione, allora la Terra, l’umanità è veramente condannata all’estinzione?