Sessant’anni dalla crisi dei missili di Cuba

Di Andrea Minervini

Sessant’anni fa il mondo intero, incollato ai pochi schermi disponibili e avido delle notizie terribili riportate dai giornali, seguiva minuto per minuto le vicende di quei tredici e fatidici giorni che potevano portare alla fine del mondo conosciuto, tra i fumi radioattivi della guerra nucleare totale. Un preambolo degno di una delle opere di H. G. Wells come “La guerra dei mondi” vero? Eppure, quello che da molti fu considerato il culmine dello scontro politico, militare e ideologico delle due grandi potenze che dividevano il mondo del bipolarismo, gli Usa e l’Urss, si dimostrò un avvenimento di grandezza epocale e allo stesso tempo, terribilmente reale.

Dal 16 al 28 ottobre 1962 sembrò che i due blocchi fossero giunti al braccio di ferro finale e a far da “tavolino” per questo epico e terribile incontro fu un’isola posta tra il mar dei Caraibi, il golfo del Messico e l’oceano Atlantico: Cuba. La rivoluzionaria Cuba, un baluardo comunista in quello che gli Usa potevano considerare il proprio “giardino di casa”. Più volte l’amministrazione Eisenhower e anche Kennedy avevano cercato di “risolvere” il problema, anche con numerosi tentativi di controrivoluzione armata e assassinio del leader Fidel Castro con la famosa operazione Mongoose[1]. I sovietici avevano sempre fornito supporto economico e anche militare alla rossa isola caraibica ma quando Kruscev autorizzò la costruzione di basi missilistiche e lo stesso invio di missili a medio raggio (equipaggiabili con testate atomiche), le carte in tavola cambiarono immediatamente.

Uno “scacco al re” al quale gli Usa risposero con altrettanta forza: furono pronunciate minacce, furono posti eserciti in stato di massimo allarme e sfiorati incidenti che avrebbero fatto da trigger di una catena di disastri ben più grandi delle ambizioni di potenza delle due grandi nazioni.

Ad oggi, sappiamo, grazie alla desegretazione degli archivi statunitensi, che non fu solo il buon senso a impedire ad uno o entrambi i leader di premere il tristemente famoso e inflazionato “bottone rosso”. Una massiccia opera di diplomazia segreta si mise in moto per risolvere la questione tra promesse, scambi, lettere, mediazione – anche del segretario generale delle Nazioni Unite – e tentativi di persuadere i protagonisti della contesa a fare un “passo indietro”. Alla fine, sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica riuscirono a vendere in patria la cessazione dell’allarme e del pericolo come una “vittoria”.

 Numerose teorie sono state formulate sul post crisi e alcuni documenti statunitensi, come detto desegretati, vorrebbero addirittura Castro pronto a “liberarsi” dei sovietici in cambio della fine dell’embargo sull’isola[2], posto come misura sanzionatoria da parte USA nei confronti di Cuba.

Con la fine della crisi dei missili di Cuba il mondo tirò un sospiro di sollievo e, sebbene le armi nucleari siano rimaste quali parte integrante delle superpotenze mondiali e come spauracchio di alcune potenze minori (come la Corea del nord), non si riteneva possibile che un tale livello di minaccia sarebbe tornato a riecheggiare nel mondo. Questa aspettativa speranzosa è stata disattesa. Lo spauracchio nucleare è sempre stato nascosto tra le righe dell’invasione da parte della Federazione Russa nei confronti della vicina Ucraina, ma con il passare dei mesi e con le difficoltà politiche e militari che la Russia sta affrontando nella sua campagna contro Kiev, la minaccia è divenuta via via meno velata, a tal punto che si inizia, lentamente, a ragionare non più con la logica dei “se” ma di “quando” e soprattutto “come”. Molte teorie sono state diffuse da diverse testate giornalistiche sul come la Russia potrebbe usare i suoi armamenti nucleari contro l’Ucraina, se tattici o strategici e quali conseguenze militari, politiche e strategiche l’uso di queste ultime avrebbe sul corso della guerra e, ancor più “sul corso della storia”.

Ad alimentare ulteriormente la paura di un utilizzo delle armi atomiche nel conflitto in Ucraina vi è anche l’attitudine di una società, occidentale ma non solo, ad essere incline agli effetti della teoria delle aspettative che si autorealizzano. Una retorica pericolosa, che potrebbe essere applicabile come una delle tante chiavi di lettura dell’invasione stessa[3] ma che, ci si auspica, possa evitare di portare ulteriormente avanti la logica del “come e quando” se associato all’utilizzo dello strumento di distruzione più devastante che mente umana abbia mai concepito. Una fonte di vita ma anche di morte, un taboo da non spezzare, nonché perfetta metafora delle due facce della medaglia “scoperta”.


[1] Si veda: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1961-63v10-12mSupp/d290-1

[2] Si veda: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1961-63v10-12mSupp/d717

[3] Si veda: https://www.opiniojuris.it/la-russia-senza-la-russia/