Sud sud sud! Sicuro?…

di Carmelo Petraglia

Quanto Sud c’è nel PNRR? La domanda ha acceso la miccia della polemica politica dalle prime versioni del Piano fino all’annuncio della quota Sud del 40% delle sue risorse territorializzabili, una riserva di spesa per investimenti di sei punti percentuali, superiore al suo peso demografico e perciò favorevole alle regioni meridionali. ­­

Per molti efficienti amministratori del Nord la risposta è stata netta fin da subito. Ce n’è troppo. Una conclusione, questa, cristallizzata nel “Sud, Sud, Sud” del Sindaco di Milano Giuseppe Sala, che già prima del rivelatore fuori onda, si era generosamente candidato a spendere i fondi destinati a Regioni e Comuni meridionali, non assorbiti per incapacità progettuale o destinati a rimanere inutilizzati per inerzia attuativa. 

Secondo il Governo, le risorse che andranno al Sud non sono mai state così ingenti. Ed è vero. Alle risorse del PNRR e del Fondo complementare, vanno aggiunte quelle del nuovo ciclo di programmazione della politica di coesione europea 2021-2027; poi c’è il Fondo Sviluppo e Coesione rifinanziato per lo stesso periodo, il programma REACT-EU e, infine, il nuovo fondo per la perequazione infrastrutturale; perciò, il Presidente del Consiglio ha invitato a non scadere in sterili rivendicazioni. La questione meridionale esiste – evviva – e per risolverla bisogna superare ostacoli finanziari e istituzionali, ma quanto pesano, ancora, i fattori culturali… Sì, la questione del Mezzogiorno è un po’ come il lavoro a Napoli secondo Troisi: “Tu Marì, Marì”. Non si trova facilmente, ma quando si trova c’è sempre un’altra parola vicino. 

Va osservato, si perdonerà la banalità dell’argomento, che gli stanziamenti di risorse e le riserve contabili di spesa non bastano a colmare divari territoriali divenuti ormai “insopportabili”. Non è certo il caso di saltare a conclusioni affrettate a cinque anni dal traguardo, le somme andranno tirate nel 2026 e non solo per contabilizzare gli euro effettivamente andati al Sud.

Il successo del PNRR sarà valutato sulla base dei fabbisogni effettivamente coperti e dei gap colmati, inoltre, andranno misurate le effettive ricadute economiche e occupazionali nei territori. Ma a un anno dal suo avvio abbiamo già toccato con mano molti dei limiti di questo nuovo intervento “straordinario” (non per il Sud, per tutto il Paese che arranca da tre decenni). Il Piano sta già mostrando sul campo di avere scelto un metodo poco amico di quel riequilibrio territoriale dei diritti di cittadinanza, che l’Europa ha scritto nel DNA del Dispositivo per la ripresa e la resilienza che lo finanzia.

Per iniziare, sappiamo che sarà molto complicato raggiungere l’obiettivo del 40%. Lo ha certificato con un prezioso e certosino lavoro di ricognizione il Dipartimento per le Politiche di Coesione della Presidenza del Consiglio dei ministri, l’organo tecnico che proprio del monitoraggio e del rispetto della quota Sud si occupa (qui una discussione della Relazione tecnica). L’ambito più critico è quello degli interventi, che vedono come soggetti attuatori gli enti decentrati beneficiari di risorse distribuite su base competitiva dalle amministrazioni centrali. Mettere in competizione gli enti locali, rende a dir poco complicato rispettare il criterio perequativo, che dovrebbe orientare la distribuzione territoriale delle risorse disponibili.

L’elenco delle distorsioni del sistema dei bandi è lungo, lo ha segnalato anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (qui il documento dell’UpB): ogni Ministero usa criteri propri di allocazione territoriale delle risorse senza un reale coordinamento da parte della Cabina di Regia; diversi requisiti formali sfavoriscono i Comuni più piccoli e finanziariamente più fragili; molte procedure non prevedono modalità di salvaguardia delle quote di spesa riservate alle aree a maggior fabbisogno in caso di carenza di progetti ammissibili. E si tratta solo di criticità che stanno ostacolando l’assorbimento delle risorse per aprire i cantieri. Poi andranno realizzati gli interventi. Se la quota Sud sarà rispettata, le amministrazioni decentrate del Mezzogiorno dovranno gestire circa 20 miliardi di euro, per metà concentrati nel biennio 2024-2025. Ciò vuol dire uno sforzo aggiuntivo di spesa superiore al 50 per cento rispetto al triennio 2017-2019.

Come se ne esce per evitare di ricorrere all’“opzione Sala”? Con un supporto dal centro nelle due fasi. Per assorbire le risorse disponibili, aprire e chiudere in tempo i cantieri, i centri di competenza nazionali, fin qui abituati ad operare con logiche di mercato, dovrebbero assumere la responsabilità piena di operatori pubblici impegnati attivamente per la perequazione territoriale. Più in generale è necessario attivare tutti gli strumenti di accompagnamento alla progettazione e all’esecuzione di cui si è dotata la governance del PNRR, incluso il potere sostitutivo da parte dello Stato nei casi di palese inadeguatezza progettuale e realizzativa degli enti decentrati.

Se c’è troppo o troppo poco Sud nel PNRR sarà il tempo a dirlo. Nel frattempo, il rischio – per il Paese oltre che per il Sud –  è che ritorni “troppo Nord” fuori dal PNRR. E le avvisaglie ci sono tutte. Non sono state archiviate le pulsioni che hanno motivato le richieste di autonomia rafforzata di Lombardia e Veneto, né quella meno “aggressiva” dell’Emilia Romagna.

Il lamento “Sud, Sud, Sud” sta proprio lì a segnalare che non è affatto sopita l’idea che la strada da seguire sia il rilancio della locomotiva nel PNRR e oltre. Un’idea disallineata dal mandato della “nuova” Europa a riassorbire nella politica nazionale l’obiettivo della coesione territoriale. La presenza del disegno di legge delega sull’autonomia differenziata tra i collegati al DEF 2022 è un indizio del “troppo Nord” che ritorna; i più maligni potrebbero leggere questa presenza come un atto risarcitorio per l’eccesso di Sud nel PNRR. E il recente – meritorio ma timidissimo – ­­­ avvio della definizione dei livelli essenziali delle prestazioni, insieme al finanziamento del “fondo per la perequazione infrastrutturale” in legge di bilancio 2021 (che è davvero molto discutibile assimilare a quello previsto dalla legge 42 del 2009), fanno paradossalmente da sponda al rilancio del progetto dell’autonomia differenziata.

Con il mondo che ci cambia intorno, sarebbe davvero diabolico perseverare nella deriva regionalista. Abbiamo già scelto questa via in altri tornanti storici e abbiamo fallito (qui una riflessione su tema). Se sbagliamo ancora, non avrà neanche più senso chiederci quanto Sud e quanto Nord sia rimasto nelle nostre politiche. Avremo solo meno Italia in Europa e nel mondo.