Te piace ‘o presepe?

di Ugo Marani

Chi si è occupato con sistematicità del comportamento delle banche centrali nelle loro “relazioni sociali” può osservare che esso è evoluto, dal secondo dopoguerra in poi, attraverso tre distinte fasi, riassumibili in tre differenti sostantivi:

A. Riservatezza; l’atteggiamento che contraddistingue il banchiere centrale per oltre 150 anni, sino alla fine del secolo scorso. L’idea era che l’economia andasse “governata” con il minimo di esternazioni e di espliciti giudizi di valore.

Rappresentazione emblematica: Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti d’America dal 1987 al 2006, aborriva, fin quando in carica, i rapporti con la stampa. Si sparse allora la leggenda che le sue decisioni sulle variazioni dei tassi di interesse fossero comprensibili in base al tipo di borsa con cui si recava nel suo ufficio. Ma fuor di leggenda, la riservatezza era considerata uno strumento di rafforzamento dell’efficacia della politica monetaria.

B. Credibilità; da una trentina di anni a questa parte, è convinzione che il governo della moneta sia irrobustito qualora gli “agenti economici” ritengano che una banca centrale “dica quello che faccia e faccia quello che dice. Ovvero: si deve essere in grado di trasmettere un messaggio coerente che trovi riscontro in azioni conseguenti. Tanto per fare un esempio non a caso: la lotta all’inflazione è tanto più efficace quanto più è credibile la propensione antinflazionistica di una banca centrale e la sua capacità operativa. In sintesi: obiettivi trasparenti e conduzione efficace.

C. Fiducia; da una quindicina di anni i banchieri centrali, nelle loro frequenti e universalistiche esternazioni, riaffermano la necessità che gli operatori economici abbiano fiducia (trust) nei confronti dell’istituzione che essi rappresentano.

Il sostantivo, quello in lingua inglese, denota un sentimento “forte”, proprio del linguaggio della fede (In God We Trust compare sulle banconote statunitensi) o del campo degli affetti e dell’amore (Janis Joplin cantò Trust Me).

Poiché speriamo che i banchieri centrali non tendano a tanto, si può ragionevolmente presumere che lo sciatto eloquio dell’economia annetta a trust la finalità di ispirare fiducia e di ottenere credito, derivante da effettivo e sostanziale riconoscimento. Molto più della credibilità che ci si chiedeva sino a qualche decennio fa, ora è importante riporre fiducia in una banca centrale con la convinzione che quell’istituzione svolgerà il suo mandato con competenza e integrità, agendo nell’interesse superiore dei cittadini che serve, dei quali condivide valori e obiettivi.

È quel che, ad esempio, cerca e misura la Banca Centrale Europea, la quale ha dedicato, significativamente, ricerche a discussioni a quanto i cittadini europei provino sentimenti di trust nei suoi confronti. Ebbene, se una prova d’amore era richiesta in Europa, essa non pare essere stata resa come si sperava. Questi i risultati dell’indagine in sei paesi dell’unione monetaria europea pubblicata sull’ultimo bollettino della nostra Banca centrale, che testimoniano di un affetto scarsamente ricambiato: al crescere delle diseguaglianze sociali, diminuisce dovunque la fiducia verso la banca centrale e le altre istituzioni europee; il livello di sfiducia è più ampio tra coloro che percepiscono un reddito inferiore ai ventimila euro all’anno; nel paese a maggior diseguaglianza sociale tra i sei considerati, l’Italia, la relazione inversa fiducia-incapienza è molto accentuata rispetto all’Olanda, dove la diseguaglianza è meno accentuata.

Sembrerebbe che vi sia poco da aggiungere ad un esempio manualistico di amore non ricambiato; ma così non è: come in Natale in casa Cupiello, reiterati sono i tentativi di Luca di ottenere dal figlio Nennillo un’approvazione per il suo lavoro natalizio, il Presepe (la famosa locuzione “Te piace ‘o Presepe?”), così la Banca Centrale ha testato varie volte il sentimento ma la risposta è stata sempre simile a quella di Nennillo al genitore: non vi è fiducia strutturale nelle autorità di  Francoforte.

Negli amori infelici, si sa, i ragionamenti difettano a vantaggio delle giustificazioni remote e spesso contrastanti con i lumi del buon senso: da qui la stura a tutte le ipotesi sul mancato contraccambio affettivo. E la Banca Centrale Europea non è da meno, essa suppone che i giudizi negativi dipendano da una instinctive trust che catturerebbe giudizi immediati e poco riflessivi e che sarebbe diversa dalla reflective trust riferita alla formazione di opinioni ponderate. Per la BCE, se si apprendesse un po’ più di economia si acquisirebbe una fiducia ragionata; come dire: “Se conoscessi un po’ più di economia, non potresti non fidarti di me”.

Ma abbandoniamo, tuttavia, per un attimo la dialettica dei sentimenti per tornare alle miserie dell’economia. Il grafico che segue delinea le tendenze in Europa delle diseguaglianze di reddito e di ricchezza nell’ultimo ventennio. È lampante come dalla nascita della Banca Centrale Europea, nel 1999, le diseguaglianze siano cresciute ininterrottamente sino al 2014 per poi attestarsi a valori poco inferiori a quelli massimi. Come spiegazione di diffidenza, di sfiducia (distrust) essa basta e avanza…

DISEGUAGLIANZA DEL REDDITO E DELLA RICCHEZZA NEI PAESI DELL’AREA DELL’EURO (1999-2020)

Fonte: World Inequality Database

Anzi, si potrebbe aggiungere, la sfiducia nello scarso affidamento sociale verso la Banca Centrale è doppia: quest’ultima è percepita come non in grado di evitare la genesi delle diseguaglianze e poi incapace di temperarle.

A differenza, infatti, di quanto enfaticamente afferma la teoria neoliberista dello “sgocciolamento”, la cosiddetta trickle-down economics, quando le classi sociali più agiate divengono più ricche non vi è alcun effetto positivo e mediato sui ceti inferiori.

Su questo, pare, oramai tutti sono d’accordo, ma è paradossale e bizzarro, francamente, continuare a chiedere a Nennillo se gli piace il presepe…