Testa piena o ben fatta?

Di Annarita Raja

Intorno agli anni Duemila, il “globale” sembrava la vera sfida culturale del nuovo millennio. Cardine tecnologico di questo nuovo processo era Internet, la “rete delle reti” che permetteva la connessione veloce tra le persone e non solo: era iniziata l’era della comunicazione globale di massa.

Le informazioni cominciavano a correre sul web, ma anche a frammentarsi, proporzionalmente alla memoria dell’uomo che non aveva più necessità di ricordare ciò che era a portata di Internet.

Resta in sospeso la questione se sia stata la necessità di velocizzare gli scambi economico-commerciali e monetari a produrre una rete comunicativa veloce o viceversa; è convinzione di chi scrive, che la storia, che è fatta dagli uomini, va per processi che hanno un inizio, giungono a maturazione e si trasformano gradualmente o per salti, arrivando ad un punto di svolta che richiede, nel naturale snodo progressivo, un cambiamento che si compie in un determinato tempo.

Nel corso degli anni, si è sviluppata una interdipendenza sempre più intensa tra sociale, culturale, tecnologico e soprattutto commerciale, che ha innescato una vulnerabilità di confini, mediata soltanto dall’apparato statale che ne determinava limiti formali e sostanziali, ma che iniziavano a sgretolarsi sotto il peso di movimenti economici trasversali: multinazionali all’assalto di mercati lontani da sfruttare a basso costo di manodopera, vendite online che competevano per prezzi con il magazzino sotto casa e in ultimo, non temporalmente, il costo del denaro che, con l’euro era sottoposto a continue speculazioni su un mercato poco controllato.

In questo spazio trasformativo, di trasmigrazioni, scambi, circolazione di merce e denaro, anche le notizie si moltiplicavano a dismisura, la conoscenza diveniva “ciò che si legge sullo schermo di vetro” e, mentre il mondo appariva sempre più piccolo e a portata di click, le informazioni, sempre più amplificate, trasformavano il concetto di conoscenza, diluendola e disperdendola in mille rivoli informativi.

Ma cos’è il processo conoscitivo? Che differenza c’è con quella voragine informativa e quel “sentire globale” di oggi? Penso sia opportuno qualche veloce passaggio.

Le letture pedagogiche in merito sono tante. La “Tassonomia degli obiettivi cognitivi” di Benjamin Bloom, edita nel 1956, classificò in forma sistematica i livelli di funzionamento cognitivo e diede struttura ai processi mentali. È una tassonomia, riflette l’ordine secondo cui si sviluppano i processi cognitivi ed è concepita secondo un tipo di apprendimento che prevede una sequenza di tipo lineare: si procede all’acquisizione di abilità e competenze in successione ordinata e graduale dal semplice al complesso, con riferimento ai principi della psicologia cognitiva: la mente è un sistema che, con i suoi processi, elabora informazioni.

Nel 2001, alla luce di nuove teorie emergenti, la Tassonomia di Bloom viene rivista da Lorin Anderson e David Krathwohl, che concepiscono l’apprendimento come processo complesso e graduale ma non lineare – sequenziale e lo riorganizzano secondo un modello sistemico aperto che può iniziare da qualsiasi livello, operando una distinzione tra abilità cognitive di ordine inferiore e superiore.

Una seconda forma rivista, “la Tassonomia digitale di Bloom”, si è avuta nel 2008 ad opera di Andrew Churchs: alla luce dei nuovi tempi e con l’uso delle nuove tecnologie, bisognava preparare gli studenti al cambiamento, a pensare, porsi domande e saper selezionare informazioni, considerando il sovraccarico informativo che le nuove tecnologie comportavano.

Si rimanda il lettore agli interessanti e complessi approfondimenti sull’argomento, tuttavia, questa brevissima esposizione vuole soltanto dimostrare che la conoscenza non deriva dal quotidiano ingurgitamento di informazioni semplici, frammentate e slegate tra loro.

Inoltre, come scriveva il mio professore, Pietro Prini già nel lontano 1970 (in Umanesimo programmatico), la scuola ha perduto il suo primato informativo e la cultura scolastica, cioè la percezione e il trattamento del mondo come un universo logico, è assediata da una sfera sempre più ampia e densa di cultura non più sintattica, ma sinestesica o del sentire globale, non più grafica ma iconica ed uditiva, non più contemplativa ma partecipativa. E l’irruzione di tale cultura nel mondo razionalistico della scienza e della tecnica, ha provocato una inversione di marcia della tendenza illuministica che ha guidato il progresso della civiltà moderna.  Si è passati, di conseguenza, da una conoscenza formale ad una conoscenza per contatto o “simpatia vitale” che, sul piano conoscitivo, ha portato, per alcuni aspetti, ad una regressione sul sensoriale.

 Oggi, alla luce dei nuovi mezzi tecnologici, possiamo affermare che il coinvolgimento sensoriale non riguarda soltanto la vista e l’udito, come l’audiovisivo degli anni 70, ma sono coinvolti tutti e cinque i sensi e, di conseguenza, le decisioni collettive sono condizionate da impulsi sempre meno controllati e quindi, sempre più controllabili.

È evidente che stiamo assistendo ad una forma autolimitante della ragione nei confronti di quel “sentire” che è e deve essere parte fondante dell’uomo, ma non può essere soverchiante per alcuni aspetti e in alcuni ambiti, specie se si fanno i conti con il giudizio. Quando, ad esempio, si è chiamati a votare in una democrazia come la nostra, ancora in parte formalmente rappresentativa, è necessario l’uso del pensiero logico-razionale e non valgono le conoscenze frammentate né il solo “sentire”.

La conoscenza è organizzazione, problematizzazione, pensiero critico, attitudine a riflettere per esprimere giudizi e cogliere i diversi aspetti della vita quotidiana, politica, sociale, personale, ma è anche pensiero laterale o divergente, flessibile, fluido, creativo e produttore di risposte originali rispetto ad un problema dato.

Inoltre, con l’interconnessione veloce a livello mondiale, accediamo alla memoria collettiva e costruiamo un universo di significati comuni, ma anche di “saperi dispersi” che si espandono in maniera incontrollata. È bene, allora, ritrovare nel processo conoscitivo anche quel limes, che porta in sé, non nazionalismi esasperatamente inutili e nefasti, ma la scoperta o riscoperta delle proprie radici, della propria identità storica, che sia personale, del proprio paese, della propria città, della propria nazione, per ritrovare quella definizione che garantisce un autentico confronto con la complessità del nostro tempo e del nostro mondo. 

Scriveva Montaigne: “È meglio una testa ben fatta, piuttosto che una testa ben piena”.