Una globalizzazione migliore potrebbe sorgere dalle ceneri dell’iperglobalizzazione[1]

di Dani Rodrik[2]

È oramai comunemente riconosciuto che l’era dell’iperglobalizzazione dopo il 1990 sia giunta al termine. La recente pandemia e la guerra della Russia contro l’Ucraina hanno relegato i mercati globali a un ruolo secondario e, nel migliore dei casi, di sostegno agli obiettivi nazionali, con particolare riferimento alla salute pubblica e alla sicurezza nazionale. Ma tutti i discorsi sulla deglobalizzazione non devono farci dimenticare la possibilità che la crisi attuale possa produrre una globalizzazione migliore.

In realtà, l’iperglobalizzazione si è ridimensionata dopo la crisi finanziaria globale del 2007-2008. La quota del commercio sul PIL mondiale ha iniziato a diminuire dopo il 2007, mentre il rapporto esportazioni/PIL della Cina è crollato di ben 16 punti percentuali. Le catene globali del valore hanno smesso di diffondersi. I flussi internazionali di capitale non sono mai tornati ai livelli precedenti al 2007. E, in questo scenario, i politici populisti, apertamente ostili alla globalizzazione, sono diventati molto più influenti nelle economie avanzate. L’iperglobalizzazione si è sgretolata sotto le sue numerose contraddizioni. In primo luogo, si è determinato una tensione tra i vantaggi della specializzazione e quelli della diversificazione produttiva. Il principio del “vantaggio comparato” sostiene che i Paesi dovrebbero specializzarsi in

ciò che sono attualmente bravi a produrre, ma un’estesa linea di pensiero sullo sviluppo, ha suggerito che i governi dovrebbero spingere le economie nazionali a produrre ciò che producono i Paesi più ricchi. Il risultato è stato il conflitto tra le politiche interventiste delle economie di maggior successo, in particolare la Cina, e i principi “liberali” sanciti dal sistema commerciale mondiale.

In secondo luogo, l’iperglobalizzazione ha esacerbato i problemi di distribuzione in molte economie. L’inevitabile rovescio della medaglia dei guadagni del commercio, è costituito dalla redistribuzione del reddito dai perdenti a favore dei vincitori. E con l’intensificarsi della globalizzazione, la redistribuzione dai perdenti ai vincitori è cresciuta sempre di più rispetto ai guadagni netti. Gli economisti e i tecnocrati che hanno ignorato la logica centrale della loro disciplina hanno finito per minare la fiducia del pubblico.

In terzo luogo, l’iperglobalizzazione ha minato la responsabilità dei politici nei confronti dei loro elettori. Agli appelli per riscrivere le regole della globalizzazione, si è replicato che la globalizzazione era immutabile e inarrestabile, “l’equivalente economico di una forza della natura, come il vento o l’acqua”, come ha detto il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. A chi metteva in discussione il sistema dominante, il Primo Ministro britannico Tony Blair ha risposto che “si potrebbe anche discutere se l’autunno debba seguire l’estate”.

In quarto luogo, la logica a somma zero della sicurezza nazionale e della competizione geopolitica era antitetica alla logica a somma positiva della cooperazione economica internazionale. Con l’ascesa della Cina come rivale geopolitico degli Stati Uniti e l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, la competizione strategica ha prevalso sull’economia. Con il crollo dell’iperglobalizzazione, gli scenari per l’economia mondiale sono molto vari. L’esito peggiore, come ci ricordano gli anni Trenta, sarebbe il ripiego dei Paesi (o di gruppi di Paesi) verso l’autarchia. Una possibilità meno negativa, ma comunque negativa, è che la supremazia della geopolitica faccia sì che le guerre commerciali e le sanzioni economiche diventino una caratteristica permanente del commercio e della finanza internazionali. Il primo scenario sembra improbabile – l’economia mondiale è più interdipendente che mai e i costi economici sarebbero enormi – ma non possiamo certo escludere il secondo.

Tuttavia, è anche possibile ipotizzare uno scenario positivo, in cui si raggiunga un migliore equilibrio tra le prerogative dello Stato nazionale e le esigenze di un’economia aperta. Tale riequilibrio potrebbe consentire una prosperità inclusiva in patria e pace e sicurezza all’estero.

Il primo passo è che i politici riparino i danni causati alle economie e alle società dall’iperglobalizzazione e da tutte le altre politiche orientate al mercato. A tal fine sarà necessario far rivivere lo spirito dell’era di Bretton Woods, quando l’economia globale era al servizio degli obiettivi economici e sociali nazionali – piena occupazione, prosperità ed equità – piuttosto che il contrario. Con l’iperglobalizzazione, i politici hanno invertito questa logica: l’economia globale è diventata il fine e la società nazionale il mezzo. L’integrazione internazionale ha portato alla disintegrazione interna.

Alcuni potrebbero temere che enfatizzare gli obiettivi economici e sociali nazionali possa minare l’apertura economica. In realtà, la prosperità condivisa rende le società più sicure e più propense ad accettare l’apertura al mondo. Una lezione fondamentale della teoria economica è che il commercio è vantaggioso per un Paese nel suo complesso, ma solo a condizione che vengano affrontate le questioni distributive. È nell’interesse dei Paesi ben gestiti e ben ordinati essere aperti. Questa è anche la lezione dell’esperienza concreta del sistema di Bretton Woods, quando il commercio e gli investimenti a lungo termine sono aumentati in modo significativo.

Un secondo importante prerequisito per uno scenario positivo è che i Paesi non trasformino la legittima ricerca della sicurezza nazionale in un’aggressione contro gli altri. La Russia può aver avuto ragionevoli preoccupazioni per l’allargamento della NATO, ma la sua guerra in Ucraina è una risposta del tutto sproporzionata che probabilmente lascerà la Russia meno sicura e meno prospera nel lungo periodo.

Per le grandi potenze, per gli Stati Uniti in particolare, questo significa riconoscere il multipolarismo e abbandonare la ricerca della supremazia globale. Gli Stati Uniti tendono a considerare il predominio americano negli affari globali come lo stato naturale delle cose. In questa visione, i progressi economici e tecnologici della Cina sono intrinsecamente e palesemente una minaccia e le relazioni bilaterali si riducono a un gioco a somma zero.

A prescindere dalla questione se gli Stati Uniti possano effettivamente impedire la relativa ascesa della Cina, una simile mentalità è pericolosa e improduttiva. Innanzitutto, esaspera il dilemma della sicurezza: le politiche americane volte a minare le imprese cinesi come Huawei rischiano di far sentire la Cina minacciata e di rispondere con modalità che convalidano i timori degli Stati Uniti per l’espansionismo cinese. Una visione a somma zero rende anche più difficile raccogliere i vantaggi reciproci della cooperazione in settori come il cambiamento climatico e la salute pubblica globale, pur se si riconosce che ci sarà inevitabilmente competizione in molti altri ambiti.

In breve, il nostro mondo futuro non deve necessariamente essere un mondo in cui la geopolitica ha la meglio su tutto il resto e i Paesi (o i blocchi regionali) riducono al minimo le interazioni economiche tra loro. Se questo scenario distopico si materializzerà, esso non sarà dovuto a forze sistemiche fuori dal nostro controllo.

Come nel caso dell’iperglobalizzazione, dipenderebbe dalle nostre scelte sbagliate.

9 maggio 2022DANI RODRIK

Con la fine dell’iperglobalizzazione post-1990, gli scenari per l’economia mondiale sono molto vari. Nel migliore dei casi, il raggiungimento di un migliore equilibrio tra le prerogative dello Stato nazionale e le esigenze di un’economia aperta potrebbe consentire una prosperità inclusiva in patria e pace e sicurezza all’estero.

Economy (Princeton University Press, 2017).


[1] 

[2] Dani Rodrik, professore di economia politica internazionale presso la John F. Kennedy School of Government dell’Università di Harvard, è presidente dell’International Economic Association.